Fondi alla sanità: aumenti nominali, tariffe inadeguate e regole incoerenti mettono in crisi la sanità sul territorio

Nel dibattito sulla legge di bilancio si parla di aumento delle risorse destinate alla sanità. Tuttavia, per chi opera quotidianamente nel Servizio Sanitario Nazionale sul territorio, la realtà è ben diversa: strutture in difficoltà, offerta di cure che si riduce e liste d’attesa in costante crescita.

Con la manovra in fase di approvazione, il Fondo Sanitario Nazionale passa da circa 136 miliardi nel 2025 a oltre 143 miliardi nel 2026, con un aumento nominale di poco superiore ai 6 miliardi di euro. Ma questo dato va letto nel suo contesto: la spesa sanitaria in rapporto al PIL resta stabile intorno al 6,3–6,4%, mentre l’inflazione ha fatto crescere in modo significativo i costi di personale, energia e tecnologie.

Il Servizio Sanitario Nazionale è composto da strutture pubbliche e strutture private accreditate, che erogano le stesse prestazioni e sono remunerate alle medesime tariffe, fissate a livello nazionale dal nomenclatore tariffario. Quando le tariffe non coprono i costi reali, l’intero sistema entra in sofferenza.

Il nomenclatore tariffario 2024, approvato con decreto ministeriale nel novembre 2024, ha introdotto riduzioni tariffarie fino al 60–70% su numerose prestazioni, colpendo tutti gli erogatori del SSN e mettendo a rischio la sostenibilità dell’offerta sanitaria sul territorio.

Lo stesso decreto è stato annullato da più sentenze del TAR Lazio per gravi vizi, legati a dati di costo obsoleti e a una metodologia non trasparente. Nonostante ciò, il Ministero della Salute ha proposto appello al Consiglio di Stato, prolungando una fase di incertezza che pesa sulle strutture e sull’occupazione. Una scelta che appare ancora più difficile da comprendere alla luce dell’articolo 67 del DDL Bilancio, che stanzia risorse dedicate per l’adeguamento delle tariffe, riconoscendo di fatto l’inadeguatezza del sistema tariffario vigente.

Gli effetti sono già evidenti: nel Mezzogiorno molte strutture riducono l’attività o chiudono, perché le tariffe non coprono i costi minimi; in alcune Regioni del Nord l’impatto è attenuato da integrazioni regionali, ma questo accentua le disuguaglianze territoriali e la mobilità sanitaria.

A questo si aggiunge un’ulteriore criticità: il limite delle 200.000 prestazioni annue di diagnostica di laboratorio, previsto dal decreto-legge n. 73 del 2021. Una soglia che obbliga i laboratori a riorganizzarsi in reti o aggregazioni senza che siano state definite e rese operative le relative regole, nonostante dal 2021 il problema sia stato più volte segnalato. Il rischio concreto è la chiusura o la vendita forzata di molti presìdi territoriali prima ancora che esista un quadro normativo chiaro.

Il paradosso è evidente: a fronte di un aumento nominale delle risorse per la sanità, la capacità reale di erogare prestazioni si riduce e i cittadini sono sempre più spesso costretti a rivolgersi al mercato privato.

Per queste ragioni, UAP chiede:

  • trasparenza sull’utilizzo dei fondi destinati alla sanità;
  • una revisione tempestiva del nomenclatore tariffario;
  • regole chiare e operative sui modelli di rete e di aggregazione;
  • la tutela degli erogatori del Servizio Sanitario Nazionale e della sanità territoriale.

La sanità reale ha bisogno di decisioni coerenti, non di annunci.


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