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  • Stati Generali contro il Femminicidio: un appello nazionale alla responsabilità educativa, civile e istituzionale

    Stati Generali contro il Femminicidio: un appello nazionale alla responsabilità educativa, civile e istituzionale

    La Fondazione Artemisia ETS ha partecipato agli Stati Generali contro il Femminicidio, svoltisi
    ieri, 1° settembre 2026, presso la Chiesa degli Artisti di Piazza del Popolo, portando il proprio
    contributo scientifico, educativo e assistenziale attraverso l’intervento della Presidente
    Mariastella Giorlandino. Il suo messaggio, centrato sull’importanza della presenza affettiva e
    dell’educazione ai rapporti interpersonali, ha offerto una prospettiva essenziale per
    comprendere le radici culturali e relazionali della violenza di genere.
    L’iniziativa, promossa dall’Associazione Alleati con Te e dalla sua Presidente Catia Acquesta, ha
    riunito istituzioni, forze dell’ordine, magistratura, mondo accademico, associazioni e cittadini,
    in un contesto dedicato alla memoria delle vittime e alla definizione di strategie concrete contro
    la violenza di genere.
    La celebrazione è stata aperta da Sua Eccellenza Mons. Antonio Staglianò, Rettore della Chiesa
    degli Artisti, che ha presentato i Dieci Comandamenti e i Due Pilastri contro la violenza di
    genere, un insieme di principi morali e civili orientati alla prevenzione, alla responsabilità
    comunitaria e alla tutela della dignità della persona. Il richiamo alla necessità di un
    cambiamento culturale profondo ha attraversato tutti gli interventi della giornata.
    Il contesto in cui si è svolto l’incontro è segnato dai tragici episodi di Ferragosto, un elenco di
    nomi che ha risuonato nella Chiesa degli Artisti come monito e responsabilità collettiva.
    Secondo i dati del Ministero dell’Interno, nel primo semestre del 2026, 34 donne sono state
    uccise, di cui 8 in femminicidi riconosciuti dalla nuova norma penale. Le analisi del Servizio
    Analisi Criminale confermano che la maggior parte degli omicidi avviene in ambito familiare,
    per mano di partner o ex partner. Un fenomeno strutturale, che richiede risposte altrettanto
    strutturali. In questo quadro, è intervenuto anche il Questore di Roma, Roberto Massucci, che ha
    sottolineato la necessità di un’azione coordinata e continua tra forze dell’ordine, servizi
    territoriali e comunità educanti. Il suo messaggio ha evidenziato l’importanza della
    tempestività operativa, della formazione degli operatori e della capacità di intercettare
    precocemente i segnali di rischio, affinché ogni richiesta di aiuto possa tradursi in un intervento
    immediato e protettivo.
    Hanno portato la loro voce anche Filomena Di Gennaro e Maria Antonietta Rositani, entrambe
    sopravvissute a gravissime aggressioni. Le loro testimonianze, esempi di coraggio e resilienza,
    hanno offerto una prospettiva diretta e imprescindibile per illuminare la comprensione del
    fenomeno della violenza di genere e del femminicidio, aiutando cittadini e attori istituzionali a
    meglio riconoscere i segnali di rischio e a comprendere l’urgenza di interventi più efficaci e più
    tempestivi.
    Tra gli interventi, quello della Presidente della Fondazione Artemisia ETS, Mariastella
    Giorlandino, che ha richiamato un principio essenziale: la prevenzione della violenza comincia
    dalla presenza affettiva, dall’attenzione quotidiana e dall’amore che i genitori devono garantire
    ai figli, insieme a un’educazione solida ai rapporti interpersonali.
    Un messaggio che si integra perfettamente con i principi espressi da Mons. Staglianò e con la
    visione condivisa dai relatori: la violenza di genere non si combatte solo con le norme, ma con
    un ecosistema educativo che coinvolga famiglia, scuola, comunità e istituzioni.
    L’approccio socio‑educativo e di protezione auspicato durante gli Stati Generali è, da anni, parte
    integrante del lavoro della Fondazione Artemisia e di Artemisia Lab Academy, che operano
    quotidianamente sul territorio con un modello multidisciplinare consolidato e riconosciuto:
    ascolto immediato e presa in carico tempestiva, supporto psicologico specializzato, consulenza
    legale, interventi clinico‑ricostruttivi gratuiti per le donne che portano segni fisici della
    violenza, educazione sanitaria ed emotivo‑relazionale nelle scuole, prevenzione delle
    dipendenze, formazione civica e digitale per i giovani, programmi educativi strutturati
    attraverso Artemisia Lab Academy.
    Un impegno che si traduce in presenza costante tra i cittadini e nelle scuole, durante tutto
    l’anno, con attività di prevenzione, sensibilizzazione e sostegno.
    La Fondazione Artemisia, inoltre, ha definito protocolli operativi con la Polizia di Stato, per
    garantire interventi immediati e coordinati (quando una donna chiama il numero verde della
    Fondazione, la presa in carico è contestuale all’attivazione delle forze dell’ordine) e con il
    Ministero dell’Istruzione e del Merito, che ha riconosciuto il valore del metodo educativo di
    Artemisia Lab Academy, integrando nei percorsi scolastici educazione sanitaria, neuroscienze,
    educazione civica e digitale, prevenzione delle dipendenze e formazione emotivo‑relazionale.
    Queste collaborazioni favoriscono interventi tempestivi, competenti e coerenti con le esigenze
    delle comunità educative e delle persone più fragili.
    Gli Stati Generali del 1 settembre 2026 hanno confermato la necessità di un’azione nazionale
    coordinata, capace di unire istituzioni, sanità, scuola, forze dell’ordine e società civile. Il
    contributo della Fondazione Artemisia ETS evidenzia come la tutela delle donne richieda un
    ecosistema integrato: protezione immediata, assistenza clinica e psicologica, educazione,
    prevenzione e una rete istituzionale solida.
    Un impegno che tutela il presente e il futuro delle giovani generazioni, contribuendo al
    benessere dell’intera collettività.

  • Sanità: Uap, bene piano nazionale governo su liste d’attesa

    Sanità: Uap, bene piano nazionale governo su liste d’attesa

    “Il nuovo Piano nazionale di Governo delle liste d’attesa 2026-2028 (DM 26.06.2026 del Ministro della Salute, pubblicato in GU del 24.08.2026) introduce un’impostazione che UAP valuta positivamente: le liste d’attesa non possono essere affrontate considerando separatamente sanità pubblica e sanità privata accreditata, ma devono essere governate attraverso una programmazione integrata delle capacità assistenziali disponibili, sotto una chiara regia pubblica”. Lo si legge in una nota dell’UAP, Unione Nazionale Ambulatori, Poliambulatori, Enti, Ospedalità Privata.


    “Il Piano – si legge ancora – include infatti nell’offerta del SSN gli erogatori pubblici e privati accreditati e, nella definizione degli ambiti territoriali di garanzia, richiede di considerare unitariamente le risorse territoriali, ospedaliere e dell’accreditato.
    È un principio importante: il privato accreditato non sostituisce il pubblico, ma concorre alla capacità del SSN di garantire le cure nei tempi appropriati.


    Il PNGLA compie inoltre un passo avanti sul piano organizzativo. Prevede che gli erogatori pubblici e privati accreditati afferiscano al sistema CUP regionale o infraregionale, con l’obiettivo di mettere in relazione in modo unitario l’offerta disponibile con la domanda dei cittadini”.

    “La stessa logica – spiega UAP – emerge nella programmazione: il Piano riconosce che oggi manca un modello nazionale uniforme per stimare il fabbisogno di prestazioni e che le metodologie utilizzate sono ancora troppo legate ai consumi storici. L’obiettivo dichiarato è spostarsi verso una valutazione del reale bisogno di salute della popolazione, più utile per dimensionare correttamente l’offerta.


    Positivo anche il tentativo di rendere più omogeneo il monitoraggio. Il Piano riconosce che in passato i dati sulle liste d’attesa non erano pienamente confrontabili per differenze nelle modalità di raccolta e punta ora a sistemi più uniformi, trasparenti e interoperabili.
    Per UAP, tuttavia, restano tre criticità decisive.


    La prima riguarda la concreta possibilità di utilizzare tutta la capacità assistenziale disponibile. Il Piano integra pubblico e privato accreditato, tuttavia mantiene l’attività di quest’ultimo entro i limiti della programmazione egionale, dei budget assegnati e degli accordi contrattuali. Inoltre, il decreto stabilisce che l’attuazione debba avvenire con le risorse disponibili e senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica.


    Si pone quindi una domanda concreta: che cosa accade quando un cittadino è in lista d’attesa, una struttura accreditata dispone della capacità per erogare la prestazione, ma il relativo budget è esaurito o la tariffa non rende sostenibile quell’erogazione? La seconda criticità riguarda i dati. Il nuovo sistema potrà funzionare soltanto se Regioni e aziende sanitarie alimenteranno i flussi con criteri realmente omogenei, verificabili e confrontabili. Per UAP, la trasparenza delle liste d’attesa richiede quindi non soltanto piattaforme comuni, ma anche standard nazionali rigorosi e possibilità di verifica indipendente dei dati regionali”.

    “La terza – si legge ancora nel comunicato -riguarda il ruolo attribuito alle farmacie. Il PNGLA valorizza correttamente la farmacia come presidio territoriale e punto di accesso ai servizi, ma include tra le attività anche prestazioni analitiche di primo e secondo livello e prestazioni di telemedicina, con riferimento, fra l’altro, a ECG, holter pressorio e holter cardiaco.
    Su questo UAP mantiene una posizione netta: quando una prestazione assume natura diagnostica, devono valere le stesse garanzie indipendentemente dal luogo in cui viene erogata. Requisiti equivalenti di qualità, responsabilità professionale, controllo, sicurezza e tracciabilità devono essere assicurati a tutti gli erogatori. Non può esistere una disciplina più rigorosa per laboratori e strutture diagnostiche accreditate e una diversa soglia di requisiti per la stessa prestazione effettuata altrove.
    In sintesi, il giudizio UAP sul PNGLA è favorevole nell’impostazione, ma condizionato alla sua concreta attuazione.
    Il Piano compie una scelta giusta: governare insieme l’offerta pubblica e quella privata accreditata. UAP chiede che questa scelta sia resa realmente possibile da tariffe sostenibili, budget coerenti con i fabbisogni, dati realmente confrontabili e regole uguali per chi eroga prestazioni diagnostiche.
    Per UAP, il principio resta semplice: pubblico e privato accreditato sono componenti diverse ma integrate dello stesso Servizio sanitario nazionale. Il punto non è difendere l’una contro l’altra, ma utilizzare correttamente entrambe per garantire al cittadino la cura giusta, nel luogo appropriato e nel tempo necessario”.

  • UAP: «PUBBLICO + PRIVATO ACCREDITATO = SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE»

    UAP: «PUBBLICO + PRIVATO ACCREDITATO = SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE»

    Giorlandino: «Basta contrapposizioni. Il cittadino ha diritto alla cura: tutte le capacità del SSN devono essere programmate e utilizzate sotto una forte guida pubblica»

    Il cittadino che ha bisogno di una visita, di una risonanza o di un esame di laboratorio non chiede se la prestazione sarà erogata da una struttura pubblica o privata accreditata. Chiede al Servizio sanitario nazionale di essere curato bene e in tempo.

    È da questo principio che UAP partirà nella Conferenza stampa nazionale del 9 settembre a Roma, alla quale saranno presenti i Presidenti delle Associazioni aderenti a UAP, a testimonianza di una posizione condivisa dalle diverse componenti della sanità privata accreditata rappresentate nell’Unione.

    «Per troppo tempo abbiamo discusso di sanità pubblica e privata come se fossero due sistemi contrapposti – dichiara la Presidente UAP Mariastella Giorlandino -. Non è così. Il privato accreditato integra, non sostituisce il pubblico. La responsabilità della tutela della salute, la programmazione, le regole e i controlli devono restare pubblici. Ma pubblico e privato accreditato sono due componenti dello stesso SSN.»

    UN SOLO SISTEMA, CAPACITÀ DA COORDINARE

    Il problema, per UAP, è utilizzare meglio tutta la capacità assistenziale già disponibile.

    Se una struttura pubblica può garantire una prestazione nei tempi necessari, deve farlo. Se non può e nella rete privata accreditata esiste capacità disponibile, quella capacità deve poter essere utilizzata dal SSN, sotto programmazione e controllo pubblici.

    «Se pubblico e privato investono entrambi in personale, tecnologie e strutture ma vengono programmati separatamente, sprechiamo capacità mentre il cittadino aspetta. Questa non è difesa del privato: è buona amministrazione della sanità pubblica.»

    Le liste d’attesa sono anche un problema di coordinamento della capacità complessiva. Se una parte della rete non riesce a rispondere alla domanda e un’altra dispone di capacità utilizzabile, lasciare il paziente in attesa significa non utilizzare pienamente le risorse del SSN.

    ANCHE LE TARIFFE RIGUARDANO IL DIRITTO ALLA CURA

    In questo quadro si inserisce la battaglia UAP sul nuovo nomenclatore.

    Le tariffe non sono semplicemente «quanto lo Stato dà ai privati»: attribuiscono un valore alle prestazioni che il SSN deve garantire.

    Se quel valore è inferiore al costo efficiente, vengono danneggiate entrambe le componenti. Nel privato accreditato può ridursi la capacità di erogare e investire; nel pubblico il costo reale della prestazione non scompare, ma resta nei conti della struttura e deve essere assorbito dal sistema.

    Per questo, sottolinea UAP, una tariffa incongrua non è un risparmio: può significare minore capacità di cura.

    «Anche sul nomenclatore chiediamo quindi di cambiare prospettiva: non quanto dare al pubblico o al privato, ma quali cure servono ai cittadini, quanto costa erogarle in condizioni di efficienza e qualità e come utilizzare al meglio tutta la rete del SSN.»

    IL MESSAGGIO DEL 9 SETTEMBRE

    PUBBLICO + PRIVATO ACCREDITATO = SSN

    UN SOLO SISTEMA. UN SOLO DIRITTO ALLA CURA.

    «UAP difende il Servizio sanitario nazionale nel suo insieme – conclude Giorlandino -. Difendere il pubblico significa renderlo forte nella programmazione e nel controllo. Difendere il privato accreditato significa preservare una capacità assistenziale che appartiene alla rete del SSN. Difendere entrambi significa tutelare il diritto dei cittadini alla salute.

    La sanità non si governa per ideologie o appartenenze. Si governa partendo dai bisogni di cura delle persone.»

    CONFERENZA STAMPA NAZIONALE UAP

    9 settembre 2026 – ore 11.00 – CEOforLIFE Clubhouse – Piazza di Monte Citorio 116, Roma

    UAP rappresenta una rete di circa 27.000 strutture della sanità privata accreditata e 350.000 addetti.

  • FEMMINICIDIO, MARIASTELLA GIORLANDINO AGLI STATI GENERALI CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE

    FEMMINICIDIO, MARIASTELLA GIORLANDINO AGLI STATI GENERALI CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE


    La presidente della Fondazione Artemisia ETS interverrà il 1° settembre alla Chiesa degli Artisti di Roma. «Contro la violenza serve una rete capace di unire prevenzione, protezione, sanità, scuola e istituzioni»


    Mariastella Giorlandino, presidente della Fondazione Artemisia ETS, parteciperà agli Stati Generali contro il Femminicidio e la Violenza sulle Donne, in programma lunedì 1° settembre alle ore 18.00 presso la Chiesa degli Artisti, in Piazza del Popolo a Roma.


    L’iniziativa, promossa dall’Associazione Alleati con Te, riunirà rappresentanti delle istituzioni, della magistratura, delle forze dell’ordine, del mondo scientifico e sanitario e della società civile per richiamare l’attenzione sull’emergenza della violenza di genere e individuare strumenti sempre più efficaci di prevenzione e tutela.


    La partecipazione della presidente Giorlandino si inserisce nel percorso che la Fondazione Artemisia ETS porta avanti da anni a sostegno delle donne vittime di violenza, attraverso un modello multidisciplinare che integra ascolto, assistenza psicologica, consulenza legale, supporto sanitario e interventi clinico-ricostruttivi gratuiti, affiancando all’assistenza un’attività di prevenzione e formazione rivolta alle nuove generazioni.


    «La differenza tra fonti istituzionali e fonti sociali è metodologica, ma il quadro è chiaro: la violenza contro le donne resta un fenomeno strutturale, che richiede interventi coordinati tra sanità, scuola e forze dell’ordine», dichiara Mariastella Giorlandino, presidente della Fondazione Artemisia ETS.


    Nel primo semestre del 2026, secondo i dati ufficiali del Ministero dell’Interno, 34 donne sono state uccise, mentre le rilevazioni dell’Osservatorio Non Una Di Meno, basate su criteri differenti e comprensive anche di casi non classificati penalmente come femminicidi, indicano 49 episodi complessivi. Numeri che, al di là delle differenti metodologie di rilevazione, confermano la necessità di rafforzare prevenzione, protezione e capacità di intervento.


    «La Fondazione Artemisia rappresenta per la collettività un presidio nazionale contro la violenza di genere. Il nostro modello integrato nasce dalla convinzione che una donna non debba essere lasciata sola in nessuna fase del percorso: dall’ascolto immediato alla protezione, dall’assistenza psicologica e legale fino alla presa in carico sanitaria», prosegue Giorlandino.


    Un elemento centrale dell’attività della Fondazione è la collaborazione con le istituzioni. Con la Polizia di Stato è stato definito un protocollo operativo che permette, nei casi di competenza, di affiancare alla presa in carico della donna l’attivazione delle forze dell’ordine, con l’obiettivo di garantire tempestività, protezione e continuità dell’intervento.


    Sul fronte della prevenzione, la Fondazione opera inoltre nelle scuole attraverso Artemisia Lab Academy e il protocollo sottoscritto con il Ministero dell’Istruzione e del Merito, promuovendo percorsi di formazione medico-scientifica, sanitaria, civica ed emotivo-relazionale rivolti ai giovani. L’obiettivo è intervenire prima che la violenza si manifesti, educando al rispetto, alla gestione delle relazioni e alla convivenza civile e contribuendo al contrasto di violenza, stalking e comportamenti aggressivi.


    «Contrastare il femminicidio significa certamente intervenire quando una donna è in pericolo, ma significa soprattutto costruire una cultura capace di impedire che quella violenza abbia origine. Per questo scuola, sanità, forze dell’ordine e istituzioni devono lavorare come parti di un’unica rete. Gli Stati Generali rappresentano un’occasione importante per trasformare l’attenzione su queste tragedie in azioni concrete e durature», conclude Mariastella Giorlandino.


    Agli Stati Generali, coordinati dalla presidente di Alleati con Te Catia Acquesta, è prevista la partecipazione, tra gli altri, di rappresentanti del Governo, delle istituzioni, della magistratura, delle forze dell’ordine, del mondo accademico e scientifico e di donne sopravvissute alla violenza.
    L’appuntamento si aprirà alle ore 18.00 del 1° settembre, presso la Chiesa degli Artisti in Piazza del Popolo a Roma, con una preghiera dedicata alle vittime di femminicidio e ai loro familiari.

  • Artemisia Lab amplia l’offerta specialistica: nuovo servizio di Ortopedia Pediatrica e Chirurgia Vertebrale

    Artemisia Lab amplia l’offerta specialistica: nuovo servizio di Ortopedia Pediatrica e Chirurgia Vertebrale

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    Artemisia Lab amplia la propria offerta specialistica con un nuovo percorso dedicato all’Ortopedia Pediatrica e alla Chirurgia Vertebrale, rivolto alla diagnosi e al trattamento delle principali patologie ortopediche dell’età evolutiva e delle patologie della colonna vertebrale nel bambino e nell’adulto.

    A seguire il nuovo servizio sarà il Dott. Michele Inverso, Specialista in Ortopedia e Traumatologia, con formazione specifica nell’ambito dell’ortopedia pediatrica, della chirurgia vertebrale e delle deformità del rachide.

    Dopo la laurea in Medicina e Chirurgia presso l’Università “La Sapienza” di Roma, il Dott. Inverso ha conseguito la Specializzazione in Ortopedia e Traumatologia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore – Policlinico Universitario A. Gemelli, con votazione 50/50 e Lode. Nel corso della formazione specialistica ha maturato una significativa esperienza in Ortopedia Pediatrica presso l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma e ha successivamente approfondito la propria formazione sul rachide conseguendo il Master universitario di II livello in Chirurgia Vertebrale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore.

    Autore e coautore di numerose pubblicazioni scientifiche internazionali, ha presentato contributi nell’ambito della chirurgia vertebrale e delle deformità del rachide in congressi nazionali e internazionali.

    Il nuovo servizio offrirà un riferimento specialistico per le principali problematiche ortopediche dell’infanzia e dell’adolescenza e un percorso dedicato alla scoliosi, alle deformità e alle patologie della colonna vertebrale, dall’età evolutiva all’età adulta.

    L’attività sarà disponibile presso più sedi della rete Artemisia Lab, integrandosi con i servizi di diagnostica per immagini e con il percorso Artemisia Young, con l’obiettivo di favorire una presa in carico specialistica completa e coordinata del paziente.”

  • SANITÀ, UAP: «TARIFFE, LISTE D’ATTESA E PICCOLI LABORATORI: QUALE MODELLO DI SSN STIAMO COSTRUENDO?»

    SANITÀ, UAP: «TARIFFE, LISTE D’ATTESA E PICCOLI LABORATORI: QUALE MODELLO DI SSN STIAMO COSTRUENDO?»

    Il 9 settembre conferenza stampa nazionale a Roma. Giorlandino: «Schillaci verifichi il lavoro dell’Area Programmazione»

    Le tariffe sanitarie sono, in termini semplici, il valore che il Servizio sanitario nazionale riconosce per ogni prestazione erogata: una visita, un esame di laboratorio, una TAC, una risonanza, una prestazione riabilitativa.

    Per questo riguardano direttamente i cittadini. Se la tariffa è inadeguata rispetto al costo necessario per erogare la prestazione, il problema non resta nei bilanci delle strutture: può ridurre la capacità di cura del sistema, aumentare le attese e rendere più difficile garantire i LEA.

    È questo uno dei temi che UAP porterà alla conferenza stampa nazionale del 9 settembre, alle ore 11.00, a Roma, presso CEOforLIFE Clubhouse, Piazza di Monte Citorio 116.

    «La domanda – dichiara la Presidente UAP Mariastella Giorlandino – è semplice: quanto costa realmente una prestazione sanitaria e su quali dati è stata costruita la tariffa?».

    La nuova istruttoria è più articolata di quella del 2024, ma restano dubbi sulla rappresentatività dei dati e, per molte discipline, sulla mancata determinazione analitica del costo della singola prestazione. Nel laboratorio, inoltre, sono state escluse dall’analisi economica le strutture sotto le 200.000 prestazioni annue.

    «Efficienza non significa gigantismo. Se per costruire una tariffa nazionale si prendono a riferimento soprattutto grandi volumi ed economie di scala, bisogna dirlo chiaramente. La domanda è: il nuovo sistema tariffario sta favorendo, di fatto, un modello concentrato sui grandi operatori, rendendo più fragile la rete territoriale e di prossimità?».

    Il dubbio è rafforzato dal Friuli-Venezia Giulia: per 89 prestazioni che la proposta nazionale lascia ai valori del 2024, la Regione ha rifatto autonomamente l’analisi dei costi. Dal confronto UAP emerge che 77 tariffe su 89 risultano superiori a quelle nazionali.

    Per Giorlandino, «dopo l’annullamento del precedente decreto è legittimo chiedere se l’Area Programmazione abbia realmente superato le criticità della precedente istruttoria. Abbiamo fiducia nel Ministro Orazio Schillaci e gli chiediamo di verificarlo personalmente: se i costi delle singole prestazioni sono stati determinati, siano resi pubblici dati e metodo; se questo non è avvenuto, sia l’Area Programmazione del Ministro della Salute a dare conto del proprio operato».

    NOMENCLATORE E LISTE D’ATTESA: LO STESSO PROBLEMA

    Tariffe inadeguate danneggiano sia il privato accreditato sia le strutture pubbliche.

    Nel privato possono ridurre la capacità di erogare prestazioni e di investire. Nel pubblico, se il valore riconosciuto è inferiore al costo effettivo, la differenza resta comunque nel bilancio dell’azienda sanitaria e contribuisce agli squilibri.

    La domanda sanitaria, però, non scompare. Se diminuisce la capacità di una parte del sistema, aumenta la pressione sull’altra e possono crescere le attese.

    Nonostante i miglioramenti registrati da AGENAS, nel primo semestre 2026 più di una prima visita su cinque e circa un esame diagnostico su sei continuano a essere erogati oltre i tempi massimi previsti.

    Nomenclatore e liste d’attesa non sono quindi due problemi separati: tariffe incongrue possono indebolire proprio la capacità assistenziale che il SSN deve utilizzare per ridurre le attese.

    «UAP difende insieme sanità pubblica e privata accreditata: due componenti simbiotiche dello stesso SSN, unite da un unico interesse, la salute dei cittadini. Il cittadino non chiede chi possiede la macchina per la risonanza: chiede che il SSN gli garantisca la risonanza quando ne ha bisogno», conclude Giorlandino.

    CONFERENZA STAMPA NAZIONALE UAP

    9 settembre 2026 – ore 11.00 – CEOforLIFE Clubhouse – Piazza di Monte Citorio 116, Roma

    UAP riunisce le principali realtà associative nazionali e regionali della sanità privata accreditata e rappresenta circa 27.000 strutture e 350.000 addetti.

  • Articolo senza titolo 872

    Educare al rispetto per fermare la violenza prima che nasca

    Famiglia e scuola hanno una responsabilità comune: insegnare ai ragazzi che amare non significa possedere e che un rifiuto non è un’offesa. Lo stalking, la violenza e le nuove forme di persecuzione digitale ci ricordano che la prevenzione deve cominciare molto prima dell’emergenza.

    di Dott.ssa Mariastella Giorlandino – Fondazione Artemisia ETS

    Quando un ragazzo arriva a considerare normale controllare il telefono della propria compagna, pretendere di sapere dove si trovi in ogni momento, decidere chi possa frequentare o tempestare di messaggi una persona che ha scelto di interrompere una relazione, il problema non nasce in quell’istante. Quasi sempre viene da più lontano. Nasce da un’idea distorta dell’amore, del possesso, del rifiuto e del rapporto con l’altro che, se non viene riconosciuta e corretta, può trasformarsi progressivamente in prevaricazione, persecuzione e, nei casi più drammatici, violenza.

    Per questo, quando parliamo di violenza tra i giovani e di stalking, credo sia necessario porci una domanda precedente a tutte le altre: che cosa stiamo insegnando ai nostri ragazzi?

    La famiglia è la prima scuola delle relazioni. È tra le mura domestiche che un bambino osserva come gli adulti affrontano un conflitto, come manifestano la rabbia, come accettano una contrarietà, come rispettano la libertà dell’altro. I figli imparano moltissimo da ciò che diciamo, ma forse ancora di più da ciò che ci vedono fare.

    Educare significa allora anche insegnare che esistono dei limiti. Che desiderare qualcuno non significa avere un diritto su quella persona. Che la gelosia non è necessariamente una prova d’amore. Che controllare non significa proteggere. E soprattutto che un “no” deve essere riconosciuto e rispettato come un confine invalicabile.

    È una lezione apparentemente semplice, ma straordinariamente importante.

    Accanto alla famiglia esiste poi la scuola, che non può essere considerata soltanto il luogo nel quale si apprendono matematica, storia o letteratura. La scuola è una delle prime grandi comunità sociali nelle quali un giovane sperimenta l’amicizia, la competizione, l’innamoramento, l’esclusione, la frustrazione e il conflitto. È quindi anche il luogo nel quale dobbiamo insegnare a riconoscere e governare le emozioni.

    Educare alla non violenza non significa organizzare una conferenza una volta all’anno. Significa lavorare sulla capacità di ascoltare, sull’empatia, sulla gestione della rabbia e della frustrazione, sul rispetto delle differenze e sulla possibilità di chiedere aiuto senza provare vergogna.

    Oggi a tutto questo si aggiunge un elemento che le generazioni precedenti non avevano conosciuto nelle attuali dimensioni: la vita digitale.

    Uno smartphone può diventare uno straordinario strumento di relazione, ma anche un mezzo attraverso il quale il controllo diventa continuo. Decine di messaggi senza risposta, richieste insistenti di geolocalizzazione, accesso alle password, profili falsi, diffusione di immagini, minacce, umiliazioni pubbliche, sorveglianza delle attività sui social: il confine tra mondo reale e mondo digitale è ormai sottilissimo.

    Per un adolescente è quindi fondamentale comprendere che anche nello spazio virtuale esistono confini, libertà e responsabilità. Una persecuzione non diventa meno grave perché avviene attraverso uno schermo.

    Lo stalking rappresenta, da questo punto di vista, uno dei fenomeni sui quali occorre sviluppare maggiore consapevolezza. Non dobbiamo immaginarlo soltanto nella sua manifestazione estrema. Prima possono esserci segnali apparentemente meno eclatanti: l’incapacità di accettare la fine di una relazione, la ricerca ossessiva del contatto, il bisogno di conoscere continuamente gli spostamenti dell’altro, l’alternanza tra suppliche e aggressività, la convinzione che la persona amata “appartenga” a qualcuno.

    Sono comportamenti che non devono essere romanticizzati.

    Nella storia della cultura occidentale l’amore è stato spesso raccontato attraverso immagini di passione assoluta, tormento e perfino follia. Catullo scriveva «Odi et amo», condensando in due parole la contraddizione potentissima del sentimento amoroso. Shakespeare, attraverso Otello, ci ha consegnato invece una delle rappresentazioni più tragiche di ciò che accade quando la gelosia, alimentata dall’ossessione e dall’inganno, distrugge la capacità di vedere l’altro come persona autonoma. E già nella tragedia greca troviamo continuamente il monito contro l’hybris, il superamento del limite che conduce l’uomo alla rovina.

    La letteratura può descrivere magistralmente l’abisso delle passioni umane. L’educazione, però, deve insegnarci a non precipitarvi.

    Esiste inoltre una dimensione psicologica che non possiamo ignorare. Dietro comportamenti aggressivi, persecutori o ossessivi possono talvolta esserci fragilità profonde, difficoltà nella regolazione emotiva, disturbi comportamentali o altre condizioni che richiedono una valutazione professionale. Ma sarebbe profondamente sbagliato affermare che chi soffre di una patologia psichica sia per questo violento, così come sarebbe sbagliato trasformare una diagnosi in una giustificazione della violenza.

    La salute mentale deve essere affrontata senza stigma e senza semplificazioni.

    Il punto fondamentale è un altro: riconoscere precocemente il disagio. Un adolescente che non riesce più a controllare la propria rabbia, che manifesta un’ossessione crescente verso una persona, che interpreta ogni rifiuto come un’umiliazione insopportabile o che mette in atto comportamenti di controllo non deve essere soltanto punito quando supera il limite. Prima ancora deve essere ascoltato, compreso e, quando necessario, indirizzato verso professionisti capaci di aiutarlo.

    Chiedere aiuto non è una sconfitta. È un atto di responsabilità.

    Anche i dati internazionali ci ricordano quanto la prevenzione sia indispensabile. La violenza giovanile comprende fenomeni molto diversi, dal bullismo e dalla violenza facilitata dalle tecnologie fino alle aggressioni fisiche e sessuali. Le strategie considerate più promettenti comprendono programmi per sviluppare competenze sociali, capacità di gestire la rabbia e risolvere i conflitti, interventi che coinvolgono l’intera scuola e programmi di sostegno alle competenze genitoriali.

    Non possiamo quindi intervenire soltanto quando la violenza è già avvenuta.

    Dobbiamo costruire una rete nella quale famiglia, scuola, sanità, psicologi, istituzioni e associazioni siano capaci di comunicare. Gli insegnanti devono poter riconoscere alcuni segnali di disagio. I genitori devono essere aiutati a comprendere il linguaggio e anche il mondo digitale dei propri figli. I ragazzi devono sapere che esistono adulti ai quali rivolgersi senza essere giudicati.

    È questa la cultura che, come Fondazione Artemisia ETS, dobbiamo contribuire a diffondere.

    Non basta dire ai nostri figli: “Non essere violento”. Dobbiamo insegnare loro che cosa fare della rabbia quando arriva. Come affrontare una delusione. Come sopportare una separazione. Come chiedere scusa. Come rispettare un limite. Come accettare che qualcuno possa non amarci più.

    Dobbiamo insegnare ai ragazzi anche qualcosa che la nostra società tende talvolta a dimenticare: la frustrazione fa parte della vita. Non tutto ciò che desideriamo può appartenerci. Non ogni sentimento viene ricambiato. Non ogni relazione è destinata a durare.

    Forse la più grande prevenzione della violenza comincia proprio qui.

    Nel crescere uomini e donne capaci di comprendere che l’amore non cancella la libertà dell’altro, ma la presuppone. Che essere lasciati può provocare dolore, ma mai attribuire un diritto sulla vita di chi ha scelto di andare via. Che la forza non consiste nell’imporre la propria volontà, ma nel saper governare se stessi.

    La storia ci ha insegnato quanto possa essere distruttivo l’essere umano quando perde il senso del limite. Alla nostra generazione spetta il compito di trasformare quella lezione in educazione.

    Perché quando siamo costretti a intervenire sulla violenza, spesso qualcosa è già accaduto.

    Educare, invece, significa arrivare prima.

    Dott.ssa Mariastella Giorlandino

    Fondazione Artemisia ETS

  • Il vero wokismo di Conte

    Il vero wokismo di Conte

    Secondo la maggior parte dei commentatori Giuseppe Conte ha preso una posizione critica sulla ideologia woke, e lo avrebbe fatto per prendere le distanze dalla Schlein in vista delle prossime primarie del campo cosiddetta largo. Tutti concordi in questa analisi.


    Se non che, come spesso capita a chi ha conoscenze superficiali su ciò che dice , la presa di posizione di Conte e’ a sua volta più woke del wokismo ufficiale.
    Di solito si identifica l’ideologia woke esclusivamente con l’attenzione dei suoi teorici verso le differenze di genere o verso il politicamente corretto del linguaggio di genere.


    Ma il wokismo , che nesce non a caso in alcune università americane, è ben altro .E’ un metodo decostruzionista, un atteggiamento di pensiero secondo cui i saperi ufficiali non sono obiettivi , ma sono costruiti dai ceti dominanti per occultare i veri rapporti di forza e far credere che l’assetto dei rapporti sociali e’ obiettivo . Il wokismo nasce con l’intento di smascherare il mito della obiettività dei saperi e per dimostrare che ciò che è sbandierato come un risultato scientifico obiettivo è in realtà uno strumento di oppressione del ceto dominante: dei bianchi su quelli di colore , dei maschi sulle donne, in un crescendo di criticismo che ha portato persino ad ipotizzare la stessa algebra come discorsivo di dominio. A questa falsa epistemologia , il pensiero woke propone di sostituire una epistemologia dei punti di vista: e’ obiettivo ciò che i saperi situati (espressione coniata da Donna Haraway), considerano come verità. Solo le donne possono teorizzare il femminismo, solo quelli di colore possono teorizzare i loro rapporti con i bianchi e via dicendo. I saperi si costruiscono dunque solo dal punto di vista degli oppressi ( o di chi si ritiene tale). Ne’ si dice perché questa forma di sapere situato debba essere più obiettiva del metodo scientifico sedimentato nei secoli.


    Chi ha dimestichezza con questi temi concorda che il discorso woke e’ scientificamente confuso , orientato alla propaganda ideologica più che alla analisi ed alla riforma delle prassi correnti : la chiacchiera contrapposta al rigore scientifico.
    Esattamente come chi propone di ridurre le diseguaglianze (come?) di perseguire il disarmo (come e perché ) di combattere le ideologie, con la stessa vaga retorica del wokismo. Che non è solo un atteggiamento storicamente determinato, ma anche l’etichetta di ogni aria fritta, che agli influencer torna più utile della complessità .


    DI Giuseppe Cricenti

  • La prevenzione non va in vacanza

    La prevenzione non va in vacanza

    Anche nei mesi estivi è importante non abbassare l’attenzione nei confronti della salute del seno e proseguire con regolarità i controlli raccomandati.

    È questo il messaggio al centro del servizio di prevenzione senologica seguito dalla dottoressa Rossella Occhiato presso Artemisia Lab Lancisi , punto di riferimento per l’eccellenza senologica, rivolto alle donne che desiderano effettuare controlli e approfondimenti specialistici anche durante il periodo estivo.


    Non esiste una correlazione tra la stagione estiva e un aumento dell’incidenza del carcinoma mammario: i principali fattori di rischio sono infatti legati all’età, alla predisposizione genetica, alla familiarità e agli stili di vita. Il caldo e l’esposizione al sole non determinano, di per sé, un incremento del rischio di tumore al seno. Questo, tuttavia, non significa che durante le vacanze sia opportuno interrompere le normali attività di prevenzione.


    L’estate può anzi rappresentare un momento utile per prestare maggiore attenzione al proprio corpo. L’autopalpazione consente di acquisire familiarità con le caratteristiche del proprio seno e di riconoscere eventuali cambiamenti che meritino un approfondimento. In presenza di un nodulo, di modificazioni della forma o della cute, di alterazioni del capezzolo o di altri segnali insoliti, è importante rivolgersi tempestivamente a uno specialista, senza attendere la fine delle vacanze.


    Presso Artemisia Lab Lancisi, l’eccellenza senologica si traduce in un percorso dedicato alla prevenzione, alla diagnosi e all’approfondimento specialistico, seguito dalla dottoressa Rossella Occhiato. Il servizio consente di effettuare una valutazione senologica e, quando indicato dallo specialista, gli opportuni approfondimenti diagnostici. La possibilità di affidarsi a professionisti qualificati e a un centro specializzato anche nel periodo estivo permette di non rimandare un controllo e di chiarire rapidamente eventuali situazioni che richiedano attenzione.
    Resta inoltre fondamentale rispettare la periodicità dei programmi di screening e dei controlli personalizzati sulla base dell’età, della storia clinica e degli eventuali fattori di rischio individuali. Visita senologica, mammografia ed ecografia mammaria sono strumenti differenti e complementari, la cui indicazione deve essere valutata in relazione alle caratteristiche della singola donna.


    Anche durante l’estate, dunque, la parola d’ordine resta prevenzione. Le vacanze possono cambiare le abitudini e i ritmi quotidiani, ma non devono trasformarsi in un motivo per trascurare la propria salute. L’eccellenza senologica di Artemisia Lab Lancisi, con la dottoressa Occhiato, rappresenta un riferimento per le donne che scelgono di prendersi cura della propria salute senza rimandare. Intercettare tempestivamente un cambiamento e affidarsi a professionisti qualificati resta uno degli strumenti più importanti per la tutela della salute della donna.

  • Gli ultimi femminicidi sono un allarme: la violenza contro le donne non arretra e non possiamo abituarci

    Gli ultimi femminicidi sono un allarme: la violenza contro le donne non arretra e non possiamo abituarci

    Ci sono parole alle quali non dovremmo mai abituarci. Femminicidio è una di queste. Eppure gli ultimi drammatici episodi di cronaca ci restituiscono ancora una volta storie di donne uccise proprio da chi aveva fatto parte della loro vita, trasformando un legame affettivo in possesso, controllo e infine violenza.

    La sensazione, di fronte al susseguirsi di queste tragedie, è che il fenomeno non stia arretrando e che, nonostante anni di battaglie, leggi e campagne di sensibilizzazione, la violenza contro le donne continui a rappresentare un’emergenza sociale e culturale. È questo che deve preoccuparci: il rischio che la ripetizione trasformi l’orrore in abitudine e che l’ennesimo femminicidio diventi soltanto un’altra notizia destinata a scomparire nel giro di pochi giorni.

    Dietro ogni nome non c’è un numero, ma una vita. Ci sono figli, genitori, amici, colleghi. Ci sono progetti interrotti e famiglie destinate a convivere per sempre con un’assenza. Gli ultimi episodi ci ricordano quanto sia necessario reagire prima che una nuova tragedia costringa ancora una volta il Paese a domandarsi che cosa avrebbe potuto fare.

    La storia dovrebbe averci insegnato quanto sia stato lungo il cammino delle donne verso la libertà. Simone de Beauvoir scriveva nel 1949: «Non si nasce donna: lo si diventa». Una frase che attraversa il Novecento e ci ricorda quanto l’identità e il ruolo attribuiti alla donna siano stati condizionati da modelli culturali e sociali. Negli anni Settanta un altro principio sarebbe diventato simbolo del movimento femminista: «Il personale è politico». Ciò che accadeva dentro una casa, all’interno di una relazione o di una famiglia, non poteva più essere considerato una questione esclusivamente privata.

    In Italia sono trascorsi appena 45 anni dall’abolizione del cosiddetto delitto d’onore. Fino al 1981 il nostro ordinamento prevedeva infatti una pena fortemente ridotta per chi uccideva la moglie, la figlia o la sorella in circostanze legate alla tutela del proprio «onore». È un passaggio storico che oggi appare lontanissimo e che invece appartiene a un passato sorprendentemente vicino.

    Le leggi sono cambiate, la società è cambiata, ma evidentemente non abbastanza. E proprio il modo in cui è cambiata la società ci impone oggi una riflessione ulteriore. Le relazioni sono diventate più complesse, i confini tra vita reale e dimensione digitale sempre più sottili e, talvolta, anche i segnali di una relazione squilibrata sono più difficili da distinguere. Il controllo può nascondersi dietro una richiesta apparentemente innocua, la gelosia dietro un messaggio continuo, la possessività dietro la pretesa di sapere sempre dove si trovi l’altra persona, con chi sia e che cosa stia facendo. Comportamenti che rischiano di essere normalizzati e che, invece, dobbiamo imparare a riconoscere.

    Viviamo inoltre in una società che negli ultimi decenni ha trasformato profondamente ruoli, abitudini e rapporti tra uomini e donne. È stato un cambiamento necessario, che ha accompagnato conquiste fondamentali di libertà e autonomia femminile. Ma ogni grande trasformazione sociale richiede anche la capacità di costruire nuovi punti di riferimento. Quando questi vengono meno, il rischio è che nelle relazioni si creino incomprensioni, fragilità e conflitti che non sappiamo più interpretare prima che degenerino.

    Per questo credo sia necessario recuperare un equilibrio autentico nel rapporto tra uomo e donna. Non significa tornare indietro, né riproporre ruoli che la storia ha giustamente superato. Significa andare avanti costruendo un rapporto nuovo, fondato sulla pari dignità, sul rispetto e sulla libertà reciproca. La conquista dell’autonomia femminile non può essere vissuta come una perdita di ruolo o di identità maschile, così come l’affermazione dell’uno non può mai richiedere la rinuncia alla libertà dell’altra.

    Uomo e donna non devono essere avversari. Devono potersi incontrare su un terreno nel quale nessuno prevalga, nessuno possieda e nessuno debba sentirsi minacciato dalla libertà dell’altro. È questo equilibrio che dobbiamo ricostruire, soprattutto nelle nuove generazioni: la capacità di vivere una relazione senza trasformarla in dipendenza, di accettarne anche la fine e di comprendere che amare una persona significa innanzitutto riconoscerne la libertà.

    È anche questa una delle grandi sfide culturali del nostro tempo: educare non soltanto le donne a riconoscere la violenza e a chiedere aiuto, ma donne e uomini a costruire relazioni fondate sul rispetto, sul dialogo e sull’accettazione della libertà reciproca. Perché la prevenzione più profonda comincia proprio qui, prima della denuncia e prima dell’intervento delle istituzioni: nella capacità di distinguere l’amore dal possesso, la cura dal controllo e il legame dalla sopraffazione.

    La repressione è indispensabile, ma interviene quando la violenza è già avvenuta. La vera sfida è riuscire ad agire prima.

    Dobbiamo imparare a riconoscere i segnali: il controllo ossessivo, la gelosia trasformata in sorveglianza, l’isolamento, le minacce, le umiliazioni, la persecuzione, il controllo dei movimenti e delle relazioni, la convinzione che la libertà dell’altra persona rappresenti un affronto. Nessuna di queste manifestazioni può essere confusa con l’amore. E soprattutto dobbiamo ascoltare una donna quando trova il coraggio di chiedere aiuto.

    Lo stalking, in particolare, non deve mai essere sottovalutato. Pedinamenti, telefonate e messaggi continui, appostamenti, minacce, intrusioni nella vita privata e tentativi di controllo possono rappresentare i segnali di una progressione della violenza. Riconoscerli e intervenire tempestivamente può significare impedire che una persecuzione si trasformi in qualcosa di irreparabile.

    È proprio su questo principio che da anni si fonda l’impegno della Fondazione Artemisia ETS, che ho l’onore di presiedere. Abbiamo scelto di mettere al centro la persona e di costruire intorno alle donne che vivono situazioni di violenza, stalking o particolare fragilità una rete concreta di ascolto e assistenza. Attraverso un’équipe multidisciplinare di medici, psicologi e avvocati offriamo orientamento e percorsi personalizzati, perché uscire dalla violenza significa spesso dover affrontare contemporaneamente ferite fisiche, psicologiche, familiari e sociali.

    A disposizione di chi vive una condizione di paura, violenza o persecuzione c’è il numero verde della Fondazione Artemisia ETS 800 967 510, attivo 24 ore su 24, attraverso il quale è possibile ricevere ascolto e assistenza. Chiedere aiuto può sembrare un gesto difficilissimo, soprattutto quando si è stati progressivamente isolati o intimiditi. Proprio per questo è essenziale che dall’altra parte ci sia una rete pronta ad ascoltare.

    Negli anni abbiamo voluto costruire questa rete anche attraverso la collaborazione con le istituzioni. Un passaggio particolarmente importante è rappresentato dal protocollo d’intesa con la Direzione Centrale Anticrimine della Polizia di Stato, nato per sviluppare iniziative finalizzate alla prevenzione, all’informazione e alla tutela delle vittime. Nell’ambito di questa collaborazione si inserisce anche il progetto RIGENERADERMA, dedicato alle donne che hanno riportato cicatrici invalidanti in conseguenza di reati commessi nell’ambito della violenza di genere o domestica.

    La collaborazione con la Polizia di Stato assume un valore che va oltre l’assistenza successiva alla violenza: significa diffondere conoscenza sul territorio, spiegare quali siano i primi segnali da non ignorare, far conoscere gli strumenti di tutela e incoraggiare le vittime a chiedere aiuto prima che sia troppo tardi.

    Particolare attenzione viene dedicata alle donne che hanno riportato sfregi o gravi lesioni in conseguenza della violenza, accompagnandole, con il contributo di specialisti qualificati, in percorsi di cura e ricostruzione che non riguardano soltanto il corpo, ma anche la possibilità di recuperare fiducia, autonomia e dignità.

    Ma intervenire sulle conseguenze non basta. La prevenzione deve cominciare prima, soprattutto dalla scuola e dall’educazione delle nuove generazioni. In questa direzione assume particolare rilievo il Protocollo d’intesa sottoscritto tra il Ministero dell’Istruzione e del Merito (MIM) e la Fondazione Artemisia ETS, che riconosce il valore scientifico, civico e formativo del percorso Artemisia Academy – Formazione Scuola-Lavoro.

    È un riconoscimento importante, che rafforza l’impegno della Fondazione nel portare nel mondo della scuola competenze, conoscenze e strumenti capaci di contribuire alla crescita consapevole dei più giovani. La formazione diventa così anche prevenzione: parlare con ragazze e ragazzi di rispetto, dignità della persona, parità, libertà nelle relazioni e capacità di riconoscere comportamenti di controllo e sopraffazione significa intervenire sulle radici culturali dalle quali può nascere la violenza.

    È proprio tra i giovani che dobbiamo costruire un cambiamento duraturo. Educare significa insegnare che amare non vuol dire possedere, che un «no» deve essere rispettato, che la gelosia non giustifica il controllo e che la fine di una relazione non può mai trasformarsi in persecuzione. Significa però anche educare al dialogo tra uomo e donna, alla capacità di comprendere l’altro e alla gestione delle emozioni, delle frustrazioni, del rifiuto e della separazione.

    La collaborazione con il Ministero dell’Istruzione e del Merito rappresenta, da questo punto di vista, un tassello fondamentale di quella rete di prevenzione che deve unire scuola, famiglie, istituzioni, sanità, Forze dell’ordine e Terzo settore.

    Come Presidente della Fondazione Artemisia ETS e come donna, credo profondamente nel valore della prevenzione. Lo facciamo ogni giorno per proteggere la salute delle persone e dobbiamo imparare a farlo con altrettanta determinazione quando a essere in pericolo è la loro sicurezza. Sanità, istituzioni, scuola, famiglie, Forze dell’ordine, servizi sociali e Terzo settore devono essere parti della stessa rete.

    Una donna non appartiene a un uomo. Non appartiene a un marito, a un compagno o a un ex compagno. La sua libertà non è una concessione e il suo «no» non deve essere negoziato. Allo stesso tempo dobbiamo insegnare agli uomini, fin da ragazzi, che il rifiuto, la separazione e la libertà dell’altra persona non rappresentano una sconfitta, un’umiliazione o una sottrazione della propria identità. È anche da questa consapevolezza che può nascere quell’equilibrio nuovo tra uomo e donna di cui la nostra società ha bisogno.

    Ogni donna uccisa rappresenta una sconfitta collettiva. Per questo gli ultimi femminicidi non possono essere considerati soltanto gli ultimi casi di una lunga sequenza. Devono essere un allarme. Non possiamo limitarci all’indignazione dei giorni successivi all’ennesima tragedia. Dobbiamo conservare la stessa attenzione quando le telecamere si spengono e i nomi delle vittime scompaiono dalle prime pagine.

    È anche per questo che, con la Fondazione Artemisia ETS, continueremo a esserci: nell’ascolto, nella prevenzione, nella formazione, nell’assistenza e soprattutto accanto a chi trova la forza di chiedere aiuto. Continueremo a farlo insieme alle istituzioni e alle Forze dell’ordine, cercando di costruire quella rete di protezione che può fare la differenza tra una richiesta d’aiuto rimasta inascoltata e una vita salvata.

    Perché nessuna donna dovrebbe sentirsi sola nel momento in cui decide di liberarsi dalla violenza.

    La civiltà di una società si misura anche dalla capacità di proteggere chi chiede aiuto. E arriveremo davvero alla fine di questa battaglia soltanto quando nessuna donna dovrà più avere paura della persona che dice di amarla.

    Mariastella Giorlandino