Educare al rispetto per fermare la violenza prima che nasca
Famiglia e scuola hanno una responsabilità comune: insegnare ai ragazzi che amare non significa possedere e che un rifiuto non è un’offesa. Lo stalking, la violenza e le nuove forme di persecuzione digitale ci ricordano che la prevenzione deve cominciare molto prima dell’emergenza.
di Dott.ssa Mariastella Giorlandino – Fondazione Artemisia ETS
Quando un ragazzo arriva a considerare normale controllare il telefono della propria compagna, pretendere di sapere dove si trovi in ogni momento, decidere chi possa frequentare o tempestare di messaggi una persona che ha scelto di interrompere una relazione, il problema non nasce in quell’istante. Quasi sempre viene da più lontano. Nasce da un’idea distorta dell’amore, del possesso, del rifiuto e del rapporto con l’altro che, se non viene riconosciuta e corretta, può trasformarsi progressivamente in prevaricazione, persecuzione e, nei casi più drammatici, violenza.
Per questo, quando parliamo di violenza tra i giovani e di stalking, credo sia necessario porci una domanda precedente a tutte le altre: che cosa stiamo insegnando ai nostri ragazzi?
La famiglia è la prima scuola delle relazioni. È tra le mura domestiche che un bambino osserva come gli adulti affrontano un conflitto, come manifestano la rabbia, come accettano una contrarietà, come rispettano la libertà dell’altro. I figli imparano moltissimo da ciò che diciamo, ma forse ancora di più da ciò che ci vedono fare.
Educare significa allora anche insegnare che esistono dei limiti. Che desiderare qualcuno non significa avere un diritto su quella persona. Che la gelosia non è necessariamente una prova d’amore. Che controllare non significa proteggere. E soprattutto che un “no” deve essere riconosciuto e rispettato come un confine invalicabile.
È una lezione apparentemente semplice, ma straordinariamente importante.
Accanto alla famiglia esiste poi la scuola, che non può essere considerata soltanto il luogo nel quale si apprendono matematica, storia o letteratura. La scuola è una delle prime grandi comunità sociali nelle quali un giovane sperimenta l’amicizia, la competizione, l’innamoramento, l’esclusione, la frustrazione e il conflitto. È quindi anche il luogo nel quale dobbiamo insegnare a riconoscere e governare le emozioni.
Educare alla non violenza non significa organizzare una conferenza una volta all’anno. Significa lavorare sulla capacità di ascoltare, sull’empatia, sulla gestione della rabbia e della frustrazione, sul rispetto delle differenze e sulla possibilità di chiedere aiuto senza provare vergogna.
Oggi a tutto questo si aggiunge un elemento che le generazioni precedenti non avevano conosciuto nelle attuali dimensioni: la vita digitale.
Uno smartphone può diventare uno straordinario strumento di relazione, ma anche un mezzo attraverso il quale il controllo diventa continuo. Decine di messaggi senza risposta, richieste insistenti di geolocalizzazione, accesso alle password, profili falsi, diffusione di immagini, minacce, umiliazioni pubbliche, sorveglianza delle attività sui social: il confine tra mondo reale e mondo digitale è ormai sottilissimo.
Per un adolescente è quindi fondamentale comprendere che anche nello spazio virtuale esistono confini, libertà e responsabilità. Una persecuzione non diventa meno grave perché avviene attraverso uno schermo.
Lo stalking rappresenta, da questo punto di vista, uno dei fenomeni sui quali occorre sviluppare maggiore consapevolezza. Non dobbiamo immaginarlo soltanto nella sua manifestazione estrema. Prima possono esserci segnali apparentemente meno eclatanti: l’incapacità di accettare la fine di una relazione, la ricerca ossessiva del contatto, il bisogno di conoscere continuamente gli spostamenti dell’altro, l’alternanza tra suppliche e aggressività, la convinzione che la persona amata “appartenga” a qualcuno.
Sono comportamenti che non devono essere romanticizzati.
Nella storia della cultura occidentale l’amore è stato spesso raccontato attraverso immagini di passione assoluta, tormento e perfino follia. Catullo scriveva «Odi et amo», condensando in due parole la contraddizione potentissima del sentimento amoroso. Shakespeare, attraverso Otello, ci ha consegnato invece una delle rappresentazioni più tragiche di ciò che accade quando la gelosia, alimentata dall’ossessione e dall’inganno, distrugge la capacità di vedere l’altro come persona autonoma. E già nella tragedia greca troviamo continuamente il monito contro l’hybris, il superamento del limite che conduce l’uomo alla rovina.
La letteratura può descrivere magistralmente l’abisso delle passioni umane. L’educazione, però, deve insegnarci a non precipitarvi.
Esiste inoltre una dimensione psicologica che non possiamo ignorare. Dietro comportamenti aggressivi, persecutori o ossessivi possono talvolta esserci fragilità profonde, difficoltà nella regolazione emotiva, disturbi comportamentali o altre condizioni che richiedono una valutazione professionale. Ma sarebbe profondamente sbagliato affermare che chi soffre di una patologia psichica sia per questo violento, così come sarebbe sbagliato trasformare una diagnosi in una giustificazione della violenza.
La salute mentale deve essere affrontata senza stigma e senza semplificazioni.
Il punto fondamentale è un altro: riconoscere precocemente il disagio. Un adolescente che non riesce più a controllare la propria rabbia, che manifesta un’ossessione crescente verso una persona, che interpreta ogni rifiuto come un’umiliazione insopportabile o che mette in atto comportamenti di controllo non deve essere soltanto punito quando supera il limite. Prima ancora deve essere ascoltato, compreso e, quando necessario, indirizzato verso professionisti capaci di aiutarlo.
Chiedere aiuto non è una sconfitta. È un atto di responsabilità.
Anche i dati internazionali ci ricordano quanto la prevenzione sia indispensabile. La violenza giovanile comprende fenomeni molto diversi, dal bullismo e dalla violenza facilitata dalle tecnologie fino alle aggressioni fisiche e sessuali. Le strategie considerate più promettenti comprendono programmi per sviluppare competenze sociali, capacità di gestire la rabbia e risolvere i conflitti, interventi che coinvolgono l’intera scuola e programmi di sostegno alle competenze genitoriali.
Non possiamo quindi intervenire soltanto quando la violenza è già avvenuta.
Dobbiamo costruire una rete nella quale famiglia, scuola, sanità, psicologi, istituzioni e associazioni siano capaci di comunicare. Gli insegnanti devono poter riconoscere alcuni segnali di disagio. I genitori devono essere aiutati a comprendere il linguaggio e anche il mondo digitale dei propri figli. I ragazzi devono sapere che esistono adulti ai quali rivolgersi senza essere giudicati.
È questa la cultura che, come Fondazione Artemisia ETS, dobbiamo contribuire a diffondere.
Non basta dire ai nostri figli: “Non essere violento”. Dobbiamo insegnare loro che cosa fare della rabbia quando arriva. Come affrontare una delusione. Come sopportare una separazione. Come chiedere scusa. Come rispettare un limite. Come accettare che qualcuno possa non amarci più.
Dobbiamo insegnare ai ragazzi anche qualcosa che la nostra società tende talvolta a dimenticare: la frustrazione fa parte della vita. Non tutto ciò che desideriamo può appartenerci. Non ogni sentimento viene ricambiato. Non ogni relazione è destinata a durare.
Forse la più grande prevenzione della violenza comincia proprio qui.
Nel crescere uomini e donne capaci di comprendere che l’amore non cancella la libertà dell’altro, ma la presuppone. Che essere lasciati può provocare dolore, ma mai attribuire un diritto sulla vita di chi ha scelto di andare via. Che la forza non consiste nell’imporre la propria volontà, ma nel saper governare se stessi.
La storia ci ha insegnato quanto possa essere distruttivo l’essere umano quando perde il senso del limite. Alla nostra generazione spetta il compito di trasformare quella lezione in educazione.
Perché quando siamo costretti a intervenire sulla violenza, spesso qualcosa è già accaduto.
Educare, invece, significa arrivare prima.
Dott.ssa Mariastella Giorlandino
Fondazione Artemisia ETS

Lascia un commento