C’è un punto molto concreto da cui partire per capire che cosa sta accadendo nella sanità italiana: il Fascicolo Sanitario Elettronico.
Dal 31 marzo, tutte le strutture sanitarie e i professionisti sono obbligati a trasmettere in formato digitale i documenti clinici, affinché ogni informazione sanitaria sia tracciabile, condivisa e accessibile nel percorso di cura del cittadino. È un passaggio importante, perché significa responsabilità, trasparenza e continuità dell’assistenza.
Ma proprio qui emerge una contraddizione che non può essere ignorata.
Negli ultimi anni, alle farmacie è stato attribuito un ruolo sempre più ampio attraverso la cosiddetta “farmacia dei servizi”: prestazioni, esami, attività che entrano a pieno titolo nel percorso sanitario delle persone. Tuttavia, mentre queste funzioni sono cresciute, le regole non sono state aggiornate con la stessa velocità. La disciplina del Fascicolo Sanitario Elettronico è rimasta indietro e oggi non riflette più questa evoluzione.
Il risultato è semplice da capire: chi è una struttura sanitaria deve rispettare obblighi precisi, trasmettere dati, garantire tracciabilità e assumersi piena responsabilità; chi svolge attività sempre più vicine a quelle sanitarie, invece, non è ancora inserito nello stesso sistema di regole.
Non è una questione tecnica. È una questione di equilibrio.
Se si amplia il ruolo di un soggetto nella sanità, bisogna anche adeguare le regole che lo riguardano. In caso contrario si crea inevitabilmente una disparità: da una parte chi è sottoposto a controlli stringenti e a obblighi completi, dall’altra chi opera nello stesso ambito con vincoli diversi.
Il sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato ha più volte sottolineato il valore delle farmacie come presidio di prossimità, come punto di accesso vicino ai cittadini. È un’esigenza reale, soprattutto in un sistema che deve rafforzare la sanità territoriale. Ma la vicinanza, da sola, non può sostituire le regole.
Perché la qualità dell’assistenza non dipende solo dal fatto che un servizio sia facilmente accessibile. Dipende da come è organizzato, da chi lo eroga, dalle responsabilità che lo accompagnano e dalla capacità del sistema di garantire controlli e coerenza.
Dire che la refertazione è affidata a un medico non basta. La sanità non è solo il momento finale di una prestazione. È l’insieme delle condizioni che rendono quella prestazione sicura, appropriata e pienamente integrata nel percorso di cura.
Oggi, invece, si sta creando una situazione ambigua: le funzioni si allargano, ma le regole restano parziali. E quando le regole non tengono il passo, si generano squilibri.
A questo si aggiunge un ulteriore elemento che i cittadini comprendono molto bene: quello economico. Le strutture sanitarie accreditate sostengono costi elevati per garantire standard, personale qualificato, tecnologie e sicurezza. Eppure, in alcuni casi, il sistema finisce per riconoscere condizioni più favorevoli ad altri soggetti che non sono sottoposti agli stessi oneri.
Anche questo contribuisce a creare una sanità a doppia velocità.
L’Unione nazionale ambulatori, poliambulatori, enti e ospedalità privata (U.A.P.) non mette in discussione la necessità di rafforzare i servizi sul territorio. Al contrario, ritiene che sia una priorità. Ma proprio per questo chiede coerenza: stesse funzioni devono corrispondere a regole comparabili.
Il punto, in fondo, è semplice. Non si può costruire una sanità moderna ampliando i ruoli senza aggiornare allo stesso tempo le responsabilità. Non si può chiedere a qualcuno di rispettare tutto e consentire ad altri di operare con meno vincoli nello stesso ambito.
Il recente esito referendario ha espresso chiaramente una domanda di qualità, serietà e trasparenza. I cittadini non chiedono scorciatoie. Chiedono servizi accessibili, ma anche affidabili. Chiedono un sistema che funzioni, non un sistema che si adatti a interessi particolari.
Per questo il nodo non è la farmacia in sé, né la prossimità territoriale. Il nodo è la coerenza delle regole.
E il Fascicolo Sanitario Elettronico, oggi, lo dimostra con grande chiarezza: quando le funzioni cambiano ma le regole restano indietro, il sistema perde equilibrio.
È su questo equilibrio che bisogna intervenire. Non per fermare l’innovazione, ma per renderla giusta, sostenibile e davvero al servizio dei cittadini.

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