Mariastella Giorlandino

LA FONDAZIONE ARTEMISIA, SEMPRE IN PRIMA LINEA, PUNTA L’ATTENZIONE SULLE SCUOLE E CHIEDE AL MINISTERO DELL’ISTRUZIONE UN CONFRONTO PUBBLICO SU GIOVANI, DISAGIO, VIOLENZA

Negli ultimi giorni la cronaca italiana ha riportato in primo piano un tema che non può più essere affrontato con slogan o semplificazioni. Da una parte, il caso del diciassettenne arrestato perché, secondo gli inquirenti, progettava una strage in una scuola sul modello Columbine, con altri sette coetanei indagati e riferimenti a contesti online di matrice suprematista e neonazista. Dall’altra, il caso del tredicenne di Trescore Balneario che ha accoltellato una docente, riprendendo e diffondendo il gesto in rete. Sono vicende diverse, ma entrambe mostrano una verità scomoda: esiste un disagio giovanile che, se non compreso in tempo, può assumere forme estreme.

Per capire questi fenomeni bisogna evitare due errori. Il primo è dire semplicemente che “è colpa dei social”. Il secondo è scaricare tutta la responsabilità sulla famiglia o sulla scuola. La realtà è più complessa e va letta su tre dimensioni: biologica, psichica e sociale-digitale.

C’è una dimensione biologica, che può riguardare fragilità cliniche o psichiatriche. C’è una dimensione psichica, che riguarda il modo in cui un ragazzo vive il dolore, l’esclusione, l’umiliazione, la frustrazione. E c’è una dimensione sociale e digitale, che riguarda i rapporti con gli altri, l’isolamento, i modelli culturali, le comunità online e i linguaggi della rete.

In questo quadro pesa anche un altro fattore, spesso sottovalutato. Viviamo in una società che chiede continuamente di esporsi: risultati, visibilità, prestazioni, consenso, riconoscimento. Questo vale per i ragazzi, ma anche per gli adulti e per i professionisti. Il problema è che i soggetti più fragili vivono questa richiesta non come un’opportunità, ma come un tribunale permanente. Quando un adolescente si percepisce escluso, umiliato, irrilevante o sconfitto, l’ambiente digitale può diventare il luogo in cui il dolore cerca una forma.

Ed è qui che spesso si produce il passaggio più pericoloso: il dolore può prendere la forma dell’odio. L’odio anestetizza la sofferenza, trasforma chi si sente ferito in qualcuno che vuole colpire, offre un’identità e perfino un senso di appartenenza. Quando questo meccanismo incontra gruppi digitali chiusi, narrazioni ideologiche estreme e modelli emulativi violenti, il rischio di escalation cresce. È qui che il disagio può diventare progetto distruttivo.

Anche negli Stati Uniti il tema sta emergendo con forza. Recenti sentenze hanno segnato un punto importante: non si guarda più soltanto ai contenuti, ma anche al modo in cui le piattaforme sono progettate e a come certe architetture digitali possano aggravare fragilità già esistenti. Il tema, dunque, non è solo tecnologico: è educativo, sociale e culturale.

Per questo oggi non basta indignarsi dopo l’ennesimo fatto di cronaca. Serve capire prima. Serve aiutare genitori, insegnanti, educatori e cittadini a leggere i segnali del disagio, a riconoscere il peso dell’isolamento, a comprendere il ruolo degli ambienti digitali e a costruire strumenti di prevenzione reali.

In questa direzione la Fondazione Artemisia sta organizzando una tavola rotonda online, aperta a tutti, dedicata a un tema decisivo: “Dalla ferita all’odio. Disagio adolescenziale, radicalizzazione digitale e violenza emulativa”. L’obiettivo è aprire un confronto pubblico serio e accessibile su ciò che sta accadendo ai giovani e intorno ai giovani. Si parlerà di sofferenza adolescenziale, di solitudine, di odio rivendicativo, di radicalizzazione online, del ruolo della famiglia e della scuola, ma soprattutto di prevenzione. Perché la vera sfida non è commentare l’emergenza, ma evitare che il dolore, lasciato solo, trovi sbocchi sempre più violenti.

La Fondazione darà nei prossimi giorni informazioni in merito alle modalità di partecipazione e al programma dell’iniziativa.


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