Ci sono ferite che non lasciano lividi visibili. Non compaiono nelle radiografie, non richiedono punti di sutura e spesso non vengono nemmeno riconosciute da chi osserva dall’esterno. Eppure esistono, condizionano la vita quotidiana e possono accompagnare una persona per anni. Lo stalking è una di queste ferite invisibili.
Quando si parla di atti persecutori si pensa spesso a una serie di episodi isolati, a telefonate insistenti, messaggi continui o appostamenti. In realtà lo stalking è molto di più. È un meccanismo che si insinua lentamente nella vita della vittima, alterandone le abitudini, minando il senso di sicurezza e creando una costante sensazione di vulnerabilità. Chi lo subisce non perde soltanto la serenità. Finisce per mettere in discussione la propria libertà.
Mariastella Giorlandino conosce bene il peso di questa esperienza. Nel ripercorrere il proprio passato, la presidente della Fondazione Artemisia racconta come il vero danno non sia rappresentato soltanto dai singoli episodi, ma dall’effetto che essi producono nel tempo. La paura diventa una presenza costante. Ogni telefonata può generare apprensione, ogni spostamento viene valutato con attenzione, ogni gesto quotidiano viene filtrato attraverso il timore che qualcosa possa accadere.
È una condizione difficile da spiegare a chi non l’ha vissuta direttamente. Spesso le vittime continuano a svolgere le proprie attività, a lavorare, a prendersi cura della famiglia e ad apparire forti agli occhi degli altri. Dietro quella normalità, però, si nasconde una battaglia silenziosa. Lo stalking costringe a modificare comportamenti che fino a poco tempo prima sembravano naturali. Si cambia percorso per tornare a casa, si evita di frequentare alcuni luoghi, si rinuncia a momenti di socialità e, talvolta, si arriva perfino a sentirsi responsabili di qualcosa che invece non si è mai provocato.
Secondo Mariastella Giorlandino, uno degli aspetti più insidiosi è proprio questo senso di isolamento che può svilupparsi nella vittima. La paura di non essere creduti, il timore di essere giudicati o di vedere minimizzata la propria sofferenza inducono molte persone a chiudersi in se stesse. Eppure il silenzio rappresenta il principale alleato di chi perseguita.
Per questo motivo diventa fondamentale costruire una rete di sostegno composta da familiari, amici, professionisti e istituzioni capaci di ascoltare e intervenire. Il primo passo per contrastare gli atti persecutori è riconoscerli. Non bisogna attendere che la situazione degeneri o che si trasformi in qualcosa di ancora più grave. Ogni segnale deve essere preso sul serio.
La riflessione della presidente della Fondazione Artemisia si allarga poi a una considerazione più generale sulla società contemporanea. Nonostante i progressi compiuti negli ultimi anni sul piano normativo e culturale, permane ancora una tendenza a sottovalutare la violenza psicologica. Molti ritengono che il pericolo esista soltanto quando si manifesta attraverso un’aggressione fisica. In realtà il controllo ossessivo, le minacce, le intimidazioni e le persecuzioni possono produrre conseguenze profonde sulla salute mentale e sul benessere della persona.
Da Presidente della Fondazione ETS, Mariastella Giorlandino sottolinea come il disagio psicologico derivante da queste esperienze possa tradursi in ansia, insonnia, stress cronico e perdita della fiducia negli altri. Da donna che ha vissuto direttamente situazioni difficili, evidenzia invece il valore della resilienza e della capacità di ricostruire la propria vita senza lasciare che la paura diventi la protagonista assoluta dell’esistenza.
Guardando al passato, la sua esperienza personale si trasforma oggi in uno strumento di testimonianza e sensibilizzazione. Raccontare ciò che si è vissuto non significa rimanere prigionieri del dolore, ma contribuire a rompere quel muro di silenzio che ancora circonda troppe vittime.
Il messaggio finale è rivolto a chi sta attraversando una situazione simile. Chiedere aiuto non è un segno di debolezza. Al contrario, rappresenta il primo atto di coraggio necessario per riappropriarsi della propria libertà. Lo stalking non deve definire l’identità di una persona né determinarne il futuro. Le ferite possono lasciare tracce, ma non devono impedire di continuare a guardare avanti. Perché la libertà di vivere senza paura non è un privilegio. È un diritto che ogni persona dovrebbe poter esercitare ogni giorno.

Lascia un commento