UAP: “Fisioterapia, il nuovo nomenclatore sia l’occasione per riconoscerne il verovalore. Non si possono pretendere standard elevatissimi dalle strutture accreditate e poi relegare la riabilitazione nel retrobottega di una farmacia”


La fisioterapia rappresenta uno degli esempi più evidenti della battaglia che UAP sta portando
avanti per una revisione del nomenclatore fondata sulla realtà dei costi, sulla qualità delle
prestazioni e sul ruolo effettivamente svolto dal privato accreditato all’interno del Servizio
Sanitario Nazionale.
Non chiediamo soltanto un adeguamento economico. Chiediamo che venga finalmente
riconosciuto il valore sanitario della fisioterapia, branca fondamentale nella prevenzione,
nel recupero funzionale, nella riduzione della disabilità e nel contrasto alla cronicizzazione.
Una fisioterapia tempestiva e appropriata può evitare o ridurre ulteriori prestazioni sanitarie,
consumo di farmaci, accertamenti, ricoveri e perdita di autonomia. Investire oggi in
riabilitazione significa anche evitare maggiori costi domani al Servizio Sanitario
Nazionale.
Ed è proprio la fisioterapia a dimostrare quanto sia ormai superata la rappresentazione del
privato accreditato come semplice integrazione del pubblico.
In alcune realtà regionali la rete accreditata arriva a sostenere la quasi totalità dell’offerta
fisioterapica, con percentuali che possono raggiungere il 90%. In questi territori non siamo
più di fronte a un servizio accessorio: il privato accreditato è diventato, nei fatti, una
componente indispensabile e in larga misura sostitutiva dell’offerta direttamente
erogata dal pubblico.
Da qui nasce una contraddizione che UAP ritiene necessario denunciare.
Alle strutture sanitarie accreditate vengono richiesti requisiti quantitativi e qualitativi sempre
più rigorosi: metrature, organizzazione, personale qualificato, dotazioni, procedure, controlli
e standard finalizzati, giustamente, a garantire sicurezza e qualità della prestazione.
Poi, però, lo stesso sistema sanitario contempla l’erogazione di prestazioni fisioterapiche
anche nell’ambito della farmacia dei servizi.
È difficile spiegare questa contraddizione ai cittadini e agli operatori: da una parte si
impongono alle strutture specialistiche requisiti elevatissimi perché la fisioterapia
venga erogata secondo precisi standard di qualità; dall’altra si rischia di trasmettere
l’idea che quella stessa branca possa essere ricondotta a una stanza nel retrobottega
di una farmacia.
Non è una critica alla professionalità del fisioterapista, che resta tale ovunque eserciti. È una
questione di appropriatezza del luogo di cura e di coerenza del sistema.
La fisioterapia non è una prestazione da banco. È valutazione, presa in carico, percorso
terapeutico, continuità assistenziale, disponibilità di spazi e attrezzature adeguate.
Per questo chiediamo alle Istituzioni una scelta coerente: prima di moltiplicare i luoghi nei
quali erogare prestazioni, si valorizzi la rete specialistica già esistente, sottoposta ad autorizzazione, accreditamento e controlli e che ogni giorno garantisce una quota
determinante dell’assistenza ai cittadini.
Il nuovo nomenclatore deve essere l’occasione per cambiare prospettiva: tariffe sostenibili,
fondate sui costi reali, ma anche riconoscimento del valore clinico, preventivo ed economico
delle singole branche.
La fisioterapia è la prova concreta che il privato accreditato non è ai margini del SSN:
in molti territori ne sostiene il funzionamento quotidiano.
E proprio per questo non si può continuare a chiedergli qualità, investimenti e standard
sempre più elevati senza riconoscergli, allo stesso tempo, il valore e le risorse necessarie per
garantirli.
Non si possono pretendere centri di eccellenza e poi immaginare la fisioterapia nel
retrobottega di una farmacia. La qualità non può essere un requisito per alcuni e un
optional per altri.


Dott. Antonio Gambardella – Presidente AISIC


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