Stalking, donne perseguitate per anni e lasciate sole: quando la giustizia arriva troppo tardi

Il grido d’allarme di Mariastella Giorlandino, presidente della Fondazione Artemisia ETS: “Una donna non deve arrivare massacrata di botte per essere presa sul serio”

  • Stalking, donne perseguitate per anni e lasciate sole: quando la giustizia arriva troppo tardiIl grido d’allarme di Mariastella Giorlandino, presidente della Fondazione Artemisia ETS: “Una donna non deve arrivare massacrata di botte per essere presa sul Denunciare, trovare il coraggio di raccontare le violenze e affidarsi alle istituzioni. È quello che viene chiesto alle donne vittime di stalking e persecuzioni. Ma cosa succede quando, dopo aver chiesto aiuto, non arriva una risposta adeguata? Quando le segnalazioni non vengono approfondite e chi subisce minacce continua a vivere nella paura? È da queste domande che parte la riflessione di Mariastella Giorlandino, presidente della Fondazione Artemisia ETS, che richiama l’attenzione sulle responsabilità di chi è chiamato a garantire protezione e sicurezza.Stalking, una persecuzione che invade ogni aspetto della vita

La violenza psicologica e lo stalking non si manifestano necessariamente attraverso aggressioni fisiche. Possono assumere la forma di controlli continui, appostamenti, messaggi e tentativi di contatto attraverso amici, familiari e colleghi. Il persecutore può essere un ex compagno, un conoscente, un vicino di casa o anche una persona con cui la vittima non ha mai avuto una relazione. La conseguenza è una progressiva perdita di libertà. Uscire di casa, andare al lavoro, incontrare un’amica o percorrere una strada diventano gesti accompagnati dalla paura. La donna modifica le proprie abitudini, rinuncia a occasioni di socialità e impara a controllare continuamente ciò che accade intorno a lei. Una condizione di allerta permanente che può compromettere il sonno, la serenità e la fiducia negli altri. “Una donna non deve arrivare massacrata di botte per essere presa sul serio. Non deve aspettare un ricovero, un’aggressione devastante, un tentativo di omicidio. La sua libertà può essere già distrutta quando sul suo corpo non compare ancora una ferita. Per quale ragione il dolore dovrebbe diventare visibile sulla pelle prima di meritare un ascolto rigoroso?”, sottolinea Giorlandino.

Le denunce e le responsabilià della giustizia

Il problema, secondo la presidente della Fondazione Artemisia ETS, riguarda anche il modo in cui vengono gestite le richieste di protezione. Una denuncia non può essere considerata un semplice atto burocratico; deve essere valutata ricostruendo l’intera vicenda, mettendo in relazione gli episodi e verificando tempestivamente il rischio per la vittima. Una telefonata, un messaggio o un appostamento possono sembrare fatti isolati. Ma, inseriti in una condotta persecutoria ripetuta, assumono un significato diverso. Per questo è fondamentale che le procure approfondiscano le segnalazioni, ascoltino le persone coinvolte e prendano in considerazione i testimoni indicati. Anche l’assegnazione dei fascicoli a uffici e magistrati con competenze adeguate è un aspetto importante. La legge, del resto, non richiede che una donna abbia riportato lesioni perché si configuri il reato di stalking. L’articolo 612-bis del Codice penale contempla le condotte reiterate che provocano un perdurante e grave stato di ansia o di paura, un fondato timore per la propria incolumità o quella di una persona cara, oppure costringono la vittima a modificare le proprie abitudini di vita. Un ulteriore ostacolo può essere rappresentato dalla condizione economica. Non tutte le donne possono permettersi un avvocato o contare su un’autonomia finanziaria sufficiente per affrontare un procedimento. Sebbene per presentare una denuncia o una querela non sia obbligatoria l’assistenza di un legale, essere accompagnate durante il percorso giudiziario può fare la differenza. La possibilità di ottenere protezione non deve dipendere dalle risorse economiche o dalla capacità di orientarsi tra uffici e documenti.

Le donne uccise dopo aver denunciato

Alcune vicende di cronaca mostrano quanto possa essere drammatica la distanza tra una richiesta di aiuto e una risposta efficace. Marianna Manduca venne assassinata dal marito il 3 ottobre 2007 a Palagonia, in provincia di Catania. Prima di essere uccisa aveva presentato dodici denunce contro l’uomo per le violenze e le minacce subite. La vicenda ebbe anche un seguito giudiziario sul comportamento dei magistrati che avevano ricevuto le segnalazioni: nel 2017 la Corte d’appello di Messina riconobbe responsabilità nell’inerzia dei pubblici ministeri che si erano occupati del caso. Un altro episodio è quello di Ilenia Fabbri, che nel 2017 aveva denunciato l’ex marito per maltrattamenti psicologici e minacce. Il procedimento per maltrattamenti era stato archiviato, mentre per un episodio di lesioni l’uomo era stato condannato. Il 6 febbraio 2021 la donna venne uccisa nella propria abitazione a Faenza. Per il delitto, nel gennaio 2024, la Cassazione ha confermato le condanne all’ergastolo dell’ex marito Claudio Nanni, riconosciuto come mandante, e di Pierluigi Barbieri, esecutore materiale. Storie diverse, accomunate dalla necessità di interrogarsi su come siano state valutate le segnalazioni e quali strumenti di tutela siano stati messi in campo. Di fronte a una donna assassinata dopo aver denunciato, non basta il cordoglio; occorre ricostruire quali informazioni fossero disponibili, quali accertamenti siano stati compiuti e come sia stato valutato il pericolo.

La Corte europea: lo Stato deve proteggere le vittime

Anche la giurisprudenza europea ha riconosciuto le conseguenze di una protezione insufficiente. Nel caso De Giorgi contro Italia, con sentenza del 16 giugno 2022, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha accertato la violazione dell’articolo 3 della Convenzione, rilevando l’inadempimento dello Stato nel dovere di indagare sui maltrattamenti subiti da una donna e dai suoi figli nell’ambito di una vicenda di violenza domestica. Una pronuncia che richiama le istituzioni alla necessità di valutare i fatti nel loro insieme e di intervenire senza ritardi ingiustificati. Naturalmente, ogni procedimento deve rispettare la presunzione di innocenza e i diritti della difesa. Ma questo non può diventare un motivo per trascurare le denunce o rinunciare agli approfondimenti necessari. Un’archiviazione deve essere il risultato di una valutazione seria degli elementi disponibili, non il punto di arrivo di un’indagine insufficiente. “Denunciate, ci dite. Allora ascoltateci. Prima di chiudere un fascicolo, guardate la vita che continua fuori da quelle carte. Una donna non dovrebbe dover morire perché la sua paura venga finalmente riconosciuta come fondata”, è l’appello di Giorlandino. La richiesta è quella di una giustizia capace di intervenire quando la vittima è ancora in tempo per essere protetta. “Noi donne sole chiediamo di poter vivere senza sentirci braccate. E chiediamo alla giustizia di esserci mentre siamo ancora in tempo”.


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