-
La strategia di Meloni per una tregua con i magistrati.

Nè attacco, nè resa»: così la presidente del consiglio vuole chiarire la linea del governo. La mediazione del sottosegretario Mantovano: «Questo scontro non conviene a nessuno
Rompere l’assedio. E anche il silenzio. Contribuire a far calare i toni, perché i rapporti tra politica e giustizia tornino quelli che erano prima dello scontro sulle inchieste che vedono al centro la ministra Daniela Santanchè e il sottosegretario Andrea Delmastro. Giorgia Meloni non è convinta di poter ottenere qualche vantaggio per il governo riportando il Paese indietro di trent’anni, alla guerra tra Berlusconi e le toghe. Vuole completare la riforma della Giustizia, ma non ritiene utile farlo in un clima di guerriglia permanente. «Si faranno le riforme che devono essere fatte senza frenare e senza tentennare — è la linea che Meloni ha dato ai “fratelli”—. Non verrà aggiunto niente per punizione o ripicca, né tolto qualcosa per paura».
A imbarazzare il governo è anche il caso Ignazio La Russa. Non tanto per l’accusa di stupro ricevuta dal terzogenito Leonardo Apache e ritenuta dagli alleati «un fatto privato», quanto per la reazione della seconda carica dello Stato che ha indignato le opposizioni (e non solo). In questo clima torrido la premier cerca il modo di gettare acqua sull’incendio, che alcuni esponenti della maggioranza continuano ad alimentare. Maurizio Gasparri ha puntato il dito contro gli «atteggiamenti fuori dai confini della Costituzione» di alcuni giudici e Tommaso Foti ha accusato i magistrati di cercare lo scontro per stoppare la riforma.
Giorgia Meloni, che appare sotto forte pressione, pensa a un intervento pubblico o a un testo scritto per chiarire la linea del governo dopo la durissima nota di giovedì, con cui «fonti di Palazzo Chigi» accusavano una «fascia della magistratura» di essere scesa in campo contro l’esecutivo. La premier risponderà più o meno direttamente all’Anm, che per bocca del presidente Giuseppe Santalucia ha rimproverato a Palazzo Chigi e a via Arenula di voler «delegittimare» e «colpire al cuore» la magistratura. Da giorni Meloni lavora per trovare le giuste formule, che non abbiano il sapore dell’attacco né tantomeno della resa, ma suonino come un appello a riportare il confronto nell’ambito della civiltà e della correttezza.
Nella direzione della tregua lavora il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano. Da giorni il magistrato con ufficio ai piani alti di Palazzo Chigi suggerisce prudenza, perché «questo scontro non conviene a nessuno». L’accusa dei meloniani di aver aperto in anticipo la campagna elettorale per le Europee brucia ancora, ma anche le toghe sembrano avere voglia di tregua. O almeno, questo è il messaggio che i pontieri del governo hanno riportato alla leader della Destra durante il weekend, in cui anche Meloni ha staccato e si è presa qualche ora di riposo dopo una settimana di fortissime tensioni.
Il Quirinale segue con preoccupata attenzione il braccio di ferro tra istituzioni dello Stato, che agita il mondo politico e rischia di destabilizzare la maggioranza. Nelle ore di massima tensione con la magistratura nessuna telefonata dal Colle è arrivata a Palazzo Chigi e non solo perché il consigliere per gli affari giuridici Daniele Cabra s era in viaggio con il capo dello Stato. Il presidente Sergio Mattarella è tornato dal Sudamerica con la ferma intenzione di restare fuori dalla contesa, ma nei prossimi giorni, quando avrà soppesato gli sviluppi del conflitto in corso, potrebbe far sentire la sua voce.
La riforma della Giustizia firmata Carlo Nordio è al vaglio degli uffici tecnici del Quirinale e tra qualche giorno toccherà a Mattarella valutare il testo e decidere se dare il via libera per l’esame del Parlamento, che inizierà dal Senato. La speranza dei mediatori è che l’approdo del ddl nelle Commissioni e poi in Aula contribuisca a stemperare la tensione e a riportare il confronto nel merito delle norme. Resta l’imbarazzo dentro la maggioranza per la posizione di Santanchè, di cui stasera tornerà a parlare Report, su RaiTre. Se la ministra sarà rinviata a giudizio, la premier valuterà con lei l’opportunità di un passo indietro. Ma una cosa per Palazzo Chigi è certa: «Non sarà una programma tv a decidere il suo destino politico».
-
Berlusconi, secondo funerale a Roma

A trenta giorni dalla morte spunta la clamorosa ipotesi di un’altra celebrazione per la sua scomparsa. Il trigesimo diventa un caso
Silvio Berlusconi è morto ormai da un mese ma le polemiche continuano. Scoppia il caso del secondo funerale in suo onore, questa volta a Roma. un evento che sta creando un duro scontro tra la famiglia del Cavaliere, assolutamente contraria, e Forza Italia che spinge perché l’evento si faccia. Ipotesi – si legge sul Corriere della Sera – non gradita dai familiari del Cavaliere, né tantomeno presa in considerazione da Marta Fascina. Non è un mistero che i figli e la compagna preferiscano la sobrietà e la riservatezza. Così, a quanto filtra da Arcore, riuniranno parenti e amici stretti nella cappella di villa San Martino, per evitare “l’effetto funerale bis“. Con un messaggio recapitato allo stato maggiore degli azzurri: “Qualsiasi altra iniziativa è individuale“.
Il “no” della famiglia – prosegue Il Corriere – non risolve però il caso. Di lì a poco i senatori di Forza Italia hanno ricevuto un messaggio WhatsApp di Licia Ronzulli, presidente del gruppo al Senato: “In occasione del trigesimo della scomparsa del nostro presidente, mercoledì 12 luglio alle ore 19.30, presso la Basilica di Sant’Eustachio a Roma, verrà celebrata la santa messa in ricordo del nostro presidente”. Una messa che sarà officiata da monsignor Mario Laurenti. Tutto questo rompe la pace all’interno del partito? Chi è vicino a Marta Fascina fa sapere che “la messa organizzata non ha visto il coinvolgimento né di Marta, né della famiglia”.