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Balneari: La Commissione Ue pronta a inviare a Roma la lettera per contestare la violazione

A quanto apprende l’Ansa, la Commissione europea è pronta a inviare all’Italia la lettera con il parere motivato in cui si contesta la violazione del diritto europeo sul dossier balneari. Si tratta di un ulteriore passaggio della procedura di infrazione aperta nel 2020 contro il governo di Roma sull’annosa questione delle concessioni demaniali marittime, che secondo la direttiva Bolkestein del 2006 devono essere messe a gara, rilasciate per una durata limitata e non possono prevedere un rinnovo automatico. L’ultimo intervento del governo in materia è stato il decreto Milleproroghe, che aveva portato al 31 dicembre 2024 la validità delle concessioni assegnate senza gara, allungando di un anno la scadenza decisa dall’esecutivo Draghi. Quel provvedimento però è finito sotto la lente del Quirinale: lo scorso 24 febbraio il capo dello Stato Sergio Mattarella lo ha promulgato esprimendo riserve proprio su questo aspetto. “È evidente che i profili di incompatibilità con il diritto europeo e con decisioni giurisdizionali definitive accrescono l’incertezza del quadro normativo e rendono indispensabili, a breve, ulteriori iniziative di governo e Parlamento“, ha sottolineato.
A inizio marzo il Consiglio di Stato, accogliendo il ricorso dell’autorità Antitrust contro la decisione del Comune di Manduria (Taranto) di prorogare le concessioni fino al 2033, ha bocciato la proroga automatica, disapplicandola in quanto “in contrasto” con l’articolo 12 della Bolkestein. Il 20 aprile anche la Corte di Giustizia europea, esprimendosi su una vertenza tra l’Antitrust e un altro comune del Tarantino (quello di Ginosa) ha stabilito che “le concessioni di occupazione delle spiagge italiane non possono essere rinnovate automaticamente ma devono essere oggetto di una procedura di selezione imparziale e trasparente”. La risposta del governo è stata la convocazione, a maggio, di un tavolo tecnico per definire i criteri per determinare la sussistenza o meno della “scarsità” della risorsa naturale disponibile, scarsità che implicherebbe l’applicazione della direttiva Bolkestein sulle concessioni. Le conclusioni, formalizzate il 5 ottobre, sono state che il 33% circa delle aree demaniali delle coste, un terzo del totale, è in concessione, mentre il 67% è libero, quindi il bene spiagge non è “scarso” Ma c’è il trucco: nella mappatura nazionale viene considerato tutto il litorale “a prescindere dalla sua morfologia”, comprese le aree non balneabili o le coste rocciose o montuose dove non è possibile creare stabilimenti balneari.
In realtà già nel 2016 la Corte di giustizia si era espressa sulla questione, affermando che il rilascio delle concessioni deve essere effettuato sulla base di una procedura di selezione che si fonda su imparzialità e trasparenza. Quattro anni dopo la Commissione europea ha aperto una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia, sottolineando che la nostra legislazione, che prorogava le concessioni fino al 2033 e vietava alle autorità locali di avviare delle gare pubbliche sulle concessioni in scadenza, violava il diritto Ue, creando incertezza giuridica nel settore dei servizi turistici e scoraggiando investimenti in un settore cruciale per l’economia del Paese. Sul tema era intervenuto anche il governo Draghi, che aveva approvato una legge per far scattare le gare a partire dal prossimo anno.
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Addio al salario minimo? Cosa c’è nell’emendamento della destra che affossa la proposta delle opposizioni e delega tutto al governo

Finisce qui la corsa della proposta delle opposizioni sul salario minimo in Commissione lavoro alla Camera. Un emendamento a firma della maggioranza butta la palla in tribuna e delega il governo che dovrà emanare una serie di decreti per, si legge nei due articoli del testo, “assicurare ai lavoratori trattamenti retributivi giusti ed equi“. E poi “contrastare il lavoro sottopagato”, “stimolare il rinnovo dei contratti collettivi” e “contrastare il dumping contrattuale” che abbassa “il costo del lavoro e ridurre le tutele dei lavoratori”. Per fare tutto questo, la delega concede al governo sei mesi, giusto il tempo di arrivare a ridosso delle elezioni europee. Ma consente anche, magari superate le elezioni, di pensare a “correttivi”.
Dopo nove mesi e numerosi rinvii voluti dal governo, in Commissione lavoro alla Camera stavano per scadere i termini per la presentazione degli emendamenti alla proposta di legge delle opposizioni sull’introduzione di un salario minimo legale: 9 euro lordi l’ora, una cifra che in Italia 3,5 milioni di lavoratori non raggiungono (dato Istat). Nelle parole della ministra del Lavoro Marina Elvira Calderone, “siamo contrari al salario minimo per legge”. Così a pochi minuti dalla scadenza, la maggioranza ha trovato la quadra con un emendamento che sterilizza la proposta dell’opposizione e affidando tutto al governo che, tanto per cambiare, decreterà. Dal M5s al Pd, le opposizioni contrattaccano. Nelle parole della responsabile Lavoro del Pd, Maria Cecilia Guerra, il testo è “una schifezza”. “Hanno tirato finalmente fuori il coniglio dal cilindro: il contratto collettivo nazionale maggiormente applicato. Il nuovo faro guida per la giusta retribuzione. Un concetto pericoloso, perché non ancorato ad alcun criterio di rappresentatività dei soggetti che lo firmano, che favorisce paradossalmente i contratti pirata”, ha attaccato la Guerra in una nota. E spiega: “Vogliono quindi cancellare il riferimento, democratico, ai contratti firmati dalle associazioni datoriali e sindacali comparativamente più rappresentative, contenuto nella legge delle opposizioni”.
Ma vediamo nel dettaglio in cosa dovrà impegnarsi il governo entro i prossimi sei mesi. Tra i principi e criteri ai quali il governo dovrà attenersi secondo la delega, al primo posto troviamo proprio l’idea criticata dalle opposizioni: “Definire, per ciascuna categoria, i contratti collettivi più applicati in riferimento al numero delle imprese e dei dipendenti, al fine di prevedere che il trattamento economico complessivo minimo del contratto più applicato sia, ai sensi dell’art. 36 Cost., la condizione economica minima da riconoscersi ai lavoratori nella stessa categoria”. Di seguito e in base a questo principio, “stabilire l’obbligo, per le società appaltatrici e subappaltatrici, di riconoscere ai lavoratori coinvolti nell’appalto trattamenti economici complessivi minimi non inferiori a quelli previsti dai contratti collettivi più applicati nella categoria”. Ed “estendere i trattamenti economici complessivi minimi dei contratti collettivi a quei gruppi di lavoratori non raggiunti da alcuna contrattazione collettiva, applicando il contratto della categoria più affine”. Per farlo il governo dovrà “prevedere strumenti di misurazione” basati sull’indicazione obbligatoria, nella denuncia mensile che i datori fanno all’Inps (flussi UNIEMENS) “del codice del contratto collettivo applicato al rapporto”. A cosa esattamente si voglia approdare, però, il testo non lo dice e sarà appunto il governo a decidere cosa inserire in questa scatola dei desideri.
Che non finiscono qui. Si prevedono incentivi “a sostegno del rinnovo dei contratti collettivi nei termini previsti”, e l’intervento diretto del ministero del Lavoro che, di fronte a contratti scaduti o a settori non coperti dalla contrattazione collettiva, potrà adeguare i “soli trattamenti economici minimi complessivi”, eventualmente considerando quelli previsti “da contratti collettivi più applicati vigenti in settori affini”. Inoltre saltano fuori quelle che sembrano tanto “gabbie salariali”, affidate alla contrattazione di secondo livello: “Prevedere strumenti di incentivazione atti a favorire lo sviluppo progressivo della contrattazione di secondo livello con finalità adattive, anche per fare fronte alle diversificate necessità derivanti dall’incremento del costo della vita e correlate alle differenze dei costi su base territoriale“, è scritto al secondo comma del primo articolo, alla lettera d. E poi riformare la “vigilanza del sistema cooperativo” e “disciplinare la partecipazione dei lavoratori alla gestione e agli utili di impresa”. Quanto all’articolo 1 bis, il governo dovrà “perfezionare la disciplina dei controlli e sviluppare una informazione pubblica e trasparente in materia di retribuzione dei lavoratori e contrattazione collettiva”.
Bazzecole, insomma. Tipo “razionalizzare le modalità di comunicazioni tra imprese ed Enti pubblici in materia di retribuzioni e applicazione della contrattazione collettiva, prevedendo strumenti che rendono effettiva, certa ed efficace l’acquisizione del dato di applicazione della contrattazione collettiva a livello nazionale, territoriale e per categorie, nonché dei dati afferenti i trattamenti retributivi effettivamente riconosciuti”. Per non parlare della delega a “perfezionare, prevedendo anche il ricorso a strumenti tecnologici evoluti e l’implementazione di banche date condivise, le disposizioni in materia di ispezioni e controlli, aumentando l’efficacia materiale delle azioni di contrasto al ricorso a forme di lavoro nero o irregolare, evasioni contributive ed assicurative, applicazione di contratti collettivi non rappresentativi con finalità elusive in danno dei lavoratori, delle lavoratrici e degli Enti previdenziali”. Ovviamente tirando in ballo l’Ispettorato nazionale del lavoro, magari dimenticando per un attimo che i suoi dipendenti sono gli unici che ancora protestano e scioperano perché non hanno ricevuto la perequazione riconosciuta agli altri dipendenti ministeriali, a proposito di equità. E che anche per questo i concorsi dell’INL faticano a integrare le forti carenze d’organico, con i vincitori che, appena possono, vanno altrove.
Insomma, al posto di una proposta semplice, quella di garantire una retribuzione oraria sotto la quale non si può scendere per evitare il dilagare del lavoro povero, nel giorno in cui la Germania aumenta ancora il suo salario minimo, già sopra i 12 euro, la maggioranza ha servito una lettera dei desideri che, suggeriscono in tanti sui social, “era meglio mandare a Babbo Natale”. La lista è lunga e il governo avrà di che lavorare se vorrà davvero sterilizzare uno dei cavalli di battaglia delle opposizioni in vista della campagna elettorale per le europee. Se poi si trattasse di fare il passo più lungo della gamba, ci sarà tempo di rimediare. “Il Governo è delegato ad adottare uno o più decreti legislativi contenenti disposizioni correttive e integrative dei decreti legislativi adottati ai sensi del presente articolo, entro un anno dalla data di entrata in vigore di ciascuno di essi, nel rispetto dei princìpi e criteri direttivi e secondo la procedura di cui al presente articolo”, chiudono entrambi gli articoli.
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Migranti in Albania? “Procedure accelerate? 85mila pratiche da smaltire e siamo pochi”

A scioperare ci sono anche i lavoratori del ministero dell’Interno che lavorano nelle commissioni di valutazione delle domande d’asilo dei migranti. Il governo continua a promettere esami accelerati e rimpatri veloci. Ma chi si è dato appuntamento il 17 novembre a Roma, dalle 11.00 di fronte alla Commissione nazionale per il diritto di asilo di via Santi Apostoli, ci mette poco a costringere Meloni e soci a un bagno di realtà, accordo con l’Albania compreso. Lo sciopero, che arriva dopo mesi di agitazione, è stato indetto da Fp Cgil (Funzione pubblica) proprio per le carenze nell’organico e i carichi di lavoro insostenibili a fronte dell’immenso arretrato. Ma anche per lo svilimento di personale altamente qualificato che in piazza porterà lo striscione “tutelare il diritto d’asilo, tutelare la professionalità”. “Vogliono risolvere problemi politici con soluzioni amministrative senza i mezzi per farlo, e col decreto Cutro le cose sono ulteriormente peggiorate”, avverte Adelaide Benvenuto, coordinatrice nazionale Fp Cgil ministero dell’Interno.
Altro che protocollo con l’Albania e migliaia di domande d’asilo al mese. L’Italia non ha i mezzi nemmeno per processare in tempi ragionevoli quelle che esamina sul suo territorio. A dirlo sono i lavoratori assunti al Viminale, esclusivamente per le commissioni d’asilo, tra il 2018 e il 2019. Con il concorso indetto dall’allora ministro Marco Minniti per affrontare l’enorme arretrato e scongiurare le sanzioni Ue, ne sono entrati 400. “Personale altamente qualificato, tanto che molti hanno poi vinto altri concorsi, intrapreso carriere diplomatiche o prefettizie. Così in organico sono rimasti appena in 200”, spiega Benvenuto. Le condizioni di lavoro? “Pazzesche, hanno 85mila pratiche da smaltire e ritmi ormai insostenibili per un compito delicatissimo”. E se da un lato il ministero chiede di velocizzare le audizioni dei richiedenti, dall’altro manca addirittura il personale di supporto. “Così molte commissioni devono interrompere le audizioni per occuparsi della decretazione, che era di competenza di funzionari amministrativi e adesso tocca a chi è stato assunto con funzioni specialistiche e si sente abbandonato e dequalificato”, racconta Benvenuto.
“Le audizioni possono durare anche tre ore, dobbiamo studiare e fare ricerca per poter istruire il fascicolo, oltre alla difficoltà di trovare interpreti e mediatori culturali. Infine dobbiamo fare una proposta e partecipare alle riunioni collegiali dove si decide l’esito finale”, spiega una funzionaria ministeriale che aderirà allo sciopero ma chiede di restare anonima. “Si proclama un’accelerazione ma siamo stati caricati di lavoro e il lavoro è rallentato, altro che procedure accelerate”. Cioè? “Carichi enormi, locali spesso non idonei alle audizioni, personale ridotto, assenza di quello di supporto e di segreteria. E come non bastasse il decreto Cutro emanato dal governo ha aumentato gli adempimenti a nostro carico, rallentando le procedure anziché velocizzarle”. Ad esempio? “Quando una domanda viene respinta, nel nostro decreto dobbiamo inserire anche la notifica che impone allo straniero di lasciare il Paese, cosa che non è pertinente perché noi ci occupiamo di protezione internazionale, non di quello che compete a Prefetture e Questure, peraltro anch’esse sotto organico. Insomma, è tutto intasato”.
Così il recente accordo siglato da Giorgia Meloni e dal premier albanese Edi Rama, che punta a portare in Albania fino a 39mila migranti in centri gestiti dall’Italia sotto giurisdizione italiana sembra una chimera. “Non mi pare una cosa attuabile, a meno di non fare cose pasticciate”, dice la funzionaria. E l’ipotesi di fare le audizioni a distanza, in videoconferenza? “Da tempo si parla di far partire la registrazione delle nostre audizioni, ma dopo anni di attesa nemmeno questo si è riusciti a fare”. E se in Albania fosse diverso? “Già è complicato capirsi in presenza, avere interpreti bravi è spesso un’impresa che motiva le tante ore di audizione. Figuriamoci a distanza, non oso immaginarlo”. Spesso le persone che ascolta hanno subito violenze, abusi, mostrano ferite e cicatrici. “Poi ci sono ferite che non si vedono ma sono più difficili da trattare e a volte emergono dai silenzi, da reazioni non controllate che solo in presenza posso cogliere per capire se la persona ha vulnerabilità ed esigenze particolari”. E con amarezza ammette: “Coi ritmi imposti diventa ancora più difficile gestire i traumi altrui”.
Di che stupirsi? “Al ministero dell’Interno i servizi all’immigrazione sono tutti gestiti così: uffici disastrati dove una domanda di cittadinanza mediamente aspetta due anni, per non parlare delle prefetture: in quella di Roma ci sono ancora 8mila pratiche per l’emersione dei lavoratori in nero avviata nel 2020”, ricorda Benvenuto della Cgil. Che considera “aberrante” la possibilità, prevista dallo stesso dl Cutro, di inserire nelle commissioni territoriali funzionari amministrativi senza preparazione. “Infatti i rari esperimenti sono naufragati perché questa gente non aveva idea di cosa sia la protezione internazionale”, commenta chi nelle commissioni lavora. Tanto che la trovata è al momento lettera morta e discutere di Albania pare assurdo. “Non si vogliono fare nuove assunzioni e al Viminale di concorsi non si parla – chiude Benvenuto –, ma se il personale è sempre il nostro avrà l’obbligo di offrire le stesse garanzie: mi sembra solo un’operazione di propaganda”.
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Schlein non andrà alla festa di Fratelli d’Italia ad Atreju: “Il confronto si fa in Parlamento”

Grazie, ma no. Elly Schlein non andrà alla festa di Fratelli d’Italia ad Atreju, in programma quest’anno nel pieno della legge di Bilancio. La segretaria del Partito Democratico ha scelto di declinare l’invito arrivatole dal partito di Giorgia Meloni, per volontà della stessa presidente del Consiglio.
Al momento non sono arrivati inviti formali ma, in base a quanto si apprende, la leader dem ne avrebbe discusso con il segretario organizzativo di Fdi Tommaso Donzelli negli scorsi giorni, anche se dal partito (e il diretto interessato) dopo il no della segretaria hanno finito per negare di averla mai invitata.
Fatto sta che al Nazareno non sono favorevoli all’idea di una partecipazione: “Con Fdi ci confrontiamo e discutiamo in Parlamento, a partire dalla manovra”, riferiscono fonti dalla sede del Pd. Quest’anno infatti la kermesse del principale partito di maggioranza non si terrà in estate ma dal 14 al 17 dicembre, cioè mentre le Camere sono chiamate a discutere la legge di Bilancio. In sostanza, mentre lo scontro tra centrodestra e opposizioni sarà all’apice.
Un problema in più che ha sicuramente pesato nella scelta di Schlein. La presenza di leader del centrosinistra ad Atreju non sarebbe infatti stata una novità. In passato sono passati dalla festa Walter Veltroni ed Enrico Letta, così come il presidente del M5s Giuseppe Conte. In aggiunta, all’epoca, il partito di Meloni non era quello più votato a destra e, soprattutto, non era al governo.
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Caos in Senato sul dl Proroghe, La Russa riprende il governo: “Sempre ritardi…”

Pomeriggio sul filo della tensione per la maggioranza in Senato. Mentre Giorgia Meloni in Consiglio dei ministri portava avanti il pacchetto di misure per la sicurezza, a Palazzo Madama il governo rischiava di non avere i numeri sufficienti sul decreto Proroghe. A un certo punto, il segretario d’Aula ha cominciato a sillabare i nomi rallentando la chiama, mentre da Palazzo Chigi si precipitavano a votare anche i ministri senatori, come Matteo Salvini. E così alla fine è passata con 98 sì (18 meno dei seggi della coalizione) la fiducia al decreto. Il governo ha dovuto porla anche su questo provvedimento omnibus (con misure dal payback sanitario alla rateizzazione dei debiti per le quote latte) perché l’intesa, trovata dopo un tribolato esame in commissione (finito una settimana dopo il previsto), è stata messa in discussione di fronte ai quattro nuovi emendamenti presentati dalla relatrice Antonella Zedda (FdI) a fine discussione generale in Aula.
A quel punto è iniziata “una sfida interna” nella maggioranza, per dirla con il dem Francesco Boccia, che in capigruppo ha assistito a momenti di tensione fra i colleghi di centrodestra e alle critiche del presidente del Senato Ignazio La Russa verso il Mef, perché non aveva ancora inviato la relazione tecnica degli emendamenti. La Russa infatti, ha sospeso la seduta e ha convocato subito la Conferenza dei Capigruppo spiegando che dovrà essere trovata “una soluzione anche a livello regolamentare” per evitare “sempre questi ritardi “perché, ha detto, tra gli applausi dei senatori, “noi non siamo il terminale di percorsi altrui”.
Spazio per mediazioni non ce ne è stato, e il ministro Luca Ciriani ha annunciato la questione di fiducia. Quindi l’obiettivo della maggioranza è diventato evitare di andare sotto, come 24 ore prima su un voto procedurale. Alla prima chiama qualcuno ha rivissuto l’incubo dello scivolone di aprile sul Def, alla Camera. Alla seconda si è corso ai ripari. I non pochi banchi vuoti erano legati anche ai timori per lo sciopero dei trasporti, minimizzano fonti di centrodestra. “Quella chiesta è una fiducia contro la propria maggioranza”, secondo Enrico Borghi (Iv). Le opposizioni rilanciano anche la tesi che, non potendo avanzare emendamenti sulla manovra blindata, i parlamentari di centrodestra abbiano concentrato le loro pressioni, non sempre allineate, su questo decreto e altri provvedimenti minori.
Se fosse così la situazione potrebbe generare pensieri a Meloni, che non vuole incidenti sulla manovra (partita dal Senato), e punta a chiuderla possibilmente il 14 dicembre, prima di Atreju, la kermesse del suo partito. Anche se i parlamentari più navigati iniziano a ipotizzare che non si riesca a portare a casa anche il voto della Camera prima del 20. Come ricostruito dall’agenzia Ansa, evitare incidenti di percorso è l’ordine di scuderia. Fra decreti e disegni di legge, c’è un ingorgo di provvedimenti. E a Montecitorio, sospettano le opposizioni, può essere usato dalla maggioranza per far slittare il voto sulla ratifica del Mes, in calendario il 22 novembre ma in coda all’ordine del giorno. È un altro fronte che può far emergere disallineamenti.
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Trentino, FdI strappa con la Lega ed esce dalla giunta Fugatti-bis: “Violati gli accordi”

Fratelli d’Italia si sfila dalla nuova giunta della Provincia autonoma di Trento in polemica con il governatore leghista Maurizio Fugatti, confermato a suon di voti alle elezioni del 22 e 23 ottobre scorsi. A provocare la rottura il rifiuto di Fugatti di nominare alla vicepresidenza la meloniana Francesca Gerosa, come previsto dall’accordo pre-elettorale tra le due forze: visti i risultati delle urne, più deludenti del previsto per FdI – fermo al 12% dietro il Carroccio al 13% – il rieletto presidente ha ignorato il patto scegliendo come vice Achille Spinelli, assessore uscente allo Sviluppo economico ed esponente della sua lista civica, che ha raccolto il 10%. Al partito della premier sono andati solo due assessorati e nemmeno di primo piano: quello a Cultura e Istruzione, assegnato alla stessa Gerosa, e quello alle Politiche sociali affidato a Claudio Cia.
La presentazione della squadra sabato in conferenza stampa ha fatto imbestialire gli esponenti locali del partito della premier, che dopo un paio d’ore hanno fatto sapere di voler optare per l’appoggio esterno. “Vista la composizione della giunta, Fratelli d’Italia ritiene di poter dare il proprio contributo al bene del Trentino anche senza farne parte“, ha affermato il coordinatore provinciale, il deputato Alessandro Urzì, in una nota diffusa “d’intesa con i componenti dell’intero gruppo consiliare”. “Fratelli d’Italia non ha bisogno di poltrone per difendere le idee e i programmi che abbiamo rappresentato in campagna elettorale. In Consiglio penseremo sempre e soltanto al bene del Trentino”, si legge. Si attendono quindi a breve le dimissioni di Gerosa e Cia, non ancora formalizzate. Lo strappo potrebbe mettere a rischio anche i numeri di Fugatti in assemblea regionale: se venissero a mancare i cinque voti dei meloniani, infatti, la maggioranza di centrodestra non esisterebbe più.
“Il centrodestra riesce a ben governare la nazione e molte regioni perché i nostri partiti quando ne sono alla guida antepongono, nell’interesse dei cittadini, la coesione della coalizione agli egoismi del proprio partito“, sottolinea il comunicato di Fratelli d’Italia. Purtroppo in Trentino non sta andando così. Restiamo sempre disponibili a essere adeguatamente coinvolti in futuro nel rispetto degli accordi con cui ci siamo presentati agli elettori e della forza che gli stessi elettori ci hanno attribuito”, conclude.
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Fisco, si allarga l’adempimento collaborativo per le grandi imprese

La ratio, secondo il viceministro dell’Economia Maurizio Leo, è sempre la stessa: “Cambiare orientamento nella lotta all’evasione, senza abbassare mai la guardia, perché abbiamo nuovi strumenti come l’interoperabilità delle banche dati, l’intelligenza artificiale e tanti altri strumenti che ci consentono di fare proposte ai contribuenti”. Così si giustificano anche i nuovi decreti attuativi della delega fiscale esaminati giovedì dal consiglio dei ministri: si tratta dei provvedimenti sul contenzioso tributario, con l’obiettivo di ridurre le controversie pendenti, e sull’ampliamento del regime di adempimento collaborativo con l’Agenzia delle Entrate, riservato al momento alle aziende con volume d’affari sopra 1 miliardo di euro.
Leo ha ricordato che in Cassazione ci sono 42mila controversie pendenti a cui si aggiungono 10mila flussi di entrata nel 2022. Per smaltire l’arretrato si potenzia l’istituto della conciliazione, estendendone l’applicazione alle controversie pendenti, oltre a rafforzare l’utilizzo delle modalità telematiche nella gestione del processo, prevedendo che tutte le comunicazioni siano effettuate tramite Pec e che le notifiche e i depositi di tutti gli atti avvengano solo telematicamente.
Arriva poi l’annunciato potenziamento della cosiddetta ‘cooperative compliance‘, cioè l’interlocuzione preventiva con le Entrate che oggi riguarda solo un centinaio di aziende e stando all’ultima Relazione sull’economia non osservata e l’evasione ha un impatto positivo sul rischio di pianificazione fiscale aggressiva. Dall’anno prossimo la soglia di ricavi necessari per poter chiedere l’accesso scenderà a 750 milioni, dal 2026 a 500 milioni e dal 2028 a 100 milioni. Oggi per aderire occorre che l’azienda abbia un efficace sistema di rilevazione, misurazione, gestione e controllo del rischio fiscale. In base alle nuove disposizioni dovrà anche assicurare “una mappatura dei rischi fiscali relativi ai processi aziendali”. Il sistema dovrà inoltre “essere certificato, anche in ordine alla sua conformità ai principi contabili, da parte di professionisti indipendenti già in possesso di una specifica professionalità iscritti all’albo degli avvocati o dei dottori commercialisti ed esperti contabili”. Sarà un provvedimento dell’Agenzia delle Entrate a indicare le “linee guida per la predisposizione di un efficace sistema di rilevazione, misurazione, gestione e controllo del rischio fiscale e del suo aggiornamento”.
I vantaggi per i contribuenti vanno dalla riduzione dei tempi per gli accertamenti allo “scudo” rispetto a sanzioni amministrative e penali. Il regime attuale prevede, per i rischi di natura fiscale comunicati in modo tempestivo ed esauriente, che le sanzioni amministrative applicabili siano ridotte della metà e comunque entro il minimo edittale. Stando al nuovo decreto, invece, saranno azzerate se il contribuente comunica “all’Agenzia delle entrate in modo tempestivo ed esauriente mediante l’interpello i rischi fiscali e sempre che il comportamento dallo stesso tenuto sia esattamente corrispondente a quello rappresentato in occasione della comunicazione”. Faranno eccezione i “casi di violazioni fiscali caratterizzate da condotte simulatorie o fraudolente e tali da pregiudicare il reciproco affidamento tra l’amministrazione finanziaria e il contribuente”. Nel caso emerga un “rischio fiscale non significativo ricompreso nella mappa dei rischi” le sanzioni saranno dimezzate e non superiori al minimo edittale. Quanto al penale, fuori dai casi di violazioni fiscali “caratterizzate da condotte simulatorie o fraudolente” sarà esclusa la punibilità per il reato di dichiarazione infedele.
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Banca del Fucino compie cento anni: parla il presidente Mauro Masi

L’intervento del prof. Masi alla cena del centenario
Un’impresa che compie 100 anni è già in sé un evento.
Lo è ancora di più se questa impresa è una Banca.
La Banca del Fucino fu fondata dai principi Giovanni e Carlo Torlonia il 4 luglio del 1923,
al n. 139 di via Tomacelli, in un palazzo in cui tuttora hanno sede uffici della Banca.
La nostra Banca ha attraversato un secolo di storia:
in questo secolo c’è stata
- La seconda guerra mondiale, c’è stata la Repubblica, la Ricostruzione e poi il Miracolo industriale;
- e ancora le difficoltà degli anni Settanta e Ottanta,
- il faticoso processo di integrazione europea: lo SME, la crisi del 1992, l’ingresso nell’euro;
- e poi ancora le due recessioni del 2008 e del 2011, una lenta ripresa,
- sino alla pandemia e al veloce recupero successivo
- per arrivare alle incertezze anche geopolitiche attuali.
Per quanto riguarda più in particolare il mondo bancario,
questo secolo ha visto mutamenti straordinari,
- cambiamenti del panorama normativo
(pensate che “1923” significa
- 13 anni prima della Legge Bancaria del 1936, il primo grande riordino del comparto in Italia;
- 71 anni prima dell’entrata in vigore, nel 1994, della Legge Bancaria che ha riportato in auge la banca mista;
- 90 anni prima della conclusione, nel 2013, dei negoziati sull’Unione Bancaria europea, peraltro – come sappiamo – tuttora incompiuta)
- nella complessità organizzativa e regolamentare:
- il primo bilancio del Fucino, vergato a mano, contava 12 pagine;
- il bilancio 2022, stampato ma disponibile anche online nella nostra rete e salvato in cloud, è di 740 pagine;
- mutamenti nella configurazione e nel ruolo stesso delle banche nella nostra società.
Anche nel loro numero: il processo di concentrazione, in particolare negli ultimi decenni, è stato impetuoso e ha cambiato in profondità il panorama bancario del nostro Paese:
- nel 1987 l’Italia contava 1.200 banche;
- oggi le banche di minori dimensioni sono 80.
Banca del Fucino è tra queste, ed è oggi la banca privata italiana più antica di Roma.
Essere riusciti ad attraversare questo secolo
- mantenendo la propria identità, il proprio radicamento territoriale
- e confermando la propria funzione di sostegno all’economia (lo abbiamo dimostrato con forza da ultimo durante la pandemia)
è il motivo maggiore di soddisfazione e di gioia.
Ovviamente questo è stato possibile riuscendo a superare le crisi – inevitabili in un percorso così lungo e complesso – anche attraverso un completo rinnovamento degli assetti proprietari e della governance, ma senza sacrifici occupazionali.
Rimanere all’altezza delle sfide del presente
in questi ultimi anni questo ha significato
- aprirsi all’innovazione tecnologica (con Igea Digital Bank e nella stessa Banca del Fucino)
- investire in maniera molto significativa nelle energie rinnovabili (con Fucino Green)
- costruire una presenza importante in settori nicchia e specialistici quali
- il credito al lavoro e al consumo (con Fucino Finance)
- lo Health & Pharma,
- e più di recente
- servizi di consulenza per l’accesso ai fondi del PNRR
- e di advisory e finanza strutturata per l’accesso delle imprese al mercato dei capitali.
Tutto questo è stato possibile grazie
- all’impegno del management, e in particolare all’opera e alla capacità di visione dell’Amministratore Delegato, Francesco Maiolini,
- e al sostegno dei soci, in gran parte presenti in questa sala.
Sono certo che nei prossimi anni non mancheranno altre sfide impegnative.
Ma sono altrettanto certo che la nostra Banca sarà in grado di superarle con successo e di continuare a crescere come abbiamo fatto sinora (e anche meglio…).
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Sondaggio Youtrend, dramma Forza Italia: in tre settimane cambia tutto

Nuovi equilibri nel centrodestra. Si affievolisce, infatti, l’effetto-Silvio Berlusconi. Forza Italia arresta la propria crescita. Dopo aver visto per diverse settimane un balzo in avanti, la morte del Cav non scuote più gli elettori. Dal 19 giugno al 10 luglio, gli azzurri perdono un -3,5 per cento piazzandosi al 6,1. Cifra, spiega il sondaggio Youtrend, in parte compensata dall’aumento di Fratelli d’Italia. Il partito di Giorgia Meloni è saldamente al primo posto. In meno di un mese si porta al 29,7 (+1,7).
Secondo posto per il Partito democratico. Elly Schlein non porta grandi consensi ai dem che calando del -0,9 e si tengono sotto la soglia del 20 per cento (19,8). Cattive notizie anche per il Movimento 5 Stelle. I grillini registrano un -0,2 e si fermano al 15,7. Sempre per il governo, la Lega ottiene ottimi risultati. Il Carroccio guadagna un +1,3 per cento, a un passo dal 9 (8,5). E ancora, dietro gli azzurri Alleanza Verdi-Sinistra italiana con il 3,7 per cento (+0,1). Carlo Calenda si lascia Matteo Renzi alle spalle e arriva al 3,5 per cento. Concluso il “matrimonio” con Italia Viva, la forza politica sembra avere la meglio sul fu alleato. Non a caso cresce del +0,6.
Tra i partiti minori, anche +Europa anticipa IV (2,8 per cento, +0,9). Insomma, al partito di Renzi non basta segnare un +0,3 e portarsi all’1,8. A seguirlo solo Noi Moderati di Maurizio Lupi che raggiunge il +0,1, con l’1,3 per cento. I numeri confermano ancora una volta la stabilità del governo di Giorgia Meloni che anzi, cresce leggermente (+3 per cento).
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Christine Lagarde fa strage di italiani: quanti ne ha rovinati

Un milione di famiglie italiane non riesce più a pagare le rate di mutui e prestiti vari che han richiesto. Si parla complessivamente di 15 miliardi di rate non saldate. Ma come si è arrivati a questo punto?
I crediti deteriorati delle famiglie sono legati a doppio filo al caro inflazione, alla stretta monetaria decisa ormai un anno e mezzo fa dai vertici dell’Eurotower e all’aumento del costo del denaro. Fattori che, pian piano, hanno ridotto il reddito disponibile di milioni di cittadini italiani ed europei tanto da mettere in serissima difficoltà una parte di clienti delle banche nel rispettare le scadenze relative ai finanziamenti accesi. E chi è la principale colpevole di questa situazione? Manco a dirlo la numero uno della Bce, la presidente Christine Lagarde, che con le sue scellerate decisioni sta rovinando milioni di famiglie.
A sostenerlo è la Fabi, il sindacato dei bancari, che ha specificato che, nel dettaglio, si tratta di ben 6,8 miliardi di rate di mutui non onorate, 3,7 miliardi per scadenze non saldare relative al credito al consumo e 4,3 miliardi di arretrati per altri prestiti personali. Sempre secondo il sindacato dei bancari dei 15 miliardi totale (precisamente si tratta di 14,9 miliardi, ndr) 5,7 miliardi sono sofferenze certe, cioè credito che la clientela non rimborserà più; 7,1 miliardi vengono considerate inadempienze probabili, vale a dire denaro che realisticamente le banche non recupereranno, e circa 2 miliardi sono rate già scadute.
Andando ancor più nel dettaglio 6,8 miliardi corrispondono a mutui per l’acquisto di abitazioni e sono così composti: 2,7 miliardi di sofferenze, 3,4 miliardi di inadempienze probabili e 621 milioni di euro di rate scadute.
«Arrivati a questo punto serve maggior cautela sui tassi da parte della Bce» ha affermato il segretario generale della Fabi, Lando Sileoni che ora spera in un «ripensamento sul già annunciato rialzo per il prossimo 27 luglio che porterebbe il tasso base al 4,25 per cento. È evidente» ha aggiunto il segretario generale, «che l’azione della Banca Centrale Europea per contrastare l’inflazione non sta dando i frutti sperati. I prezzi non diminuiscono significativamente e l’aumento così veloce del costo del denaro sta provocando un rialzo dei tassi d’interesse su prestiti e mutui che mette in difficoltà sia le famiglie sia le imprese».
Le difficoltà delle famiglie riguardano per lo più i mutui a tasso variabile, particolarmente colpiti dall’incremento del costo del denaro salito – in soli 11 mesi – dallo 0 al 4%: questa categoria di prestiti immobiliari vale in totale circa 140 miliardi e rappresenta un terzo del totale di 425 miliardi erogati entro la fine del mese di aprile. Sul piano territoriale i dati sul credito deteriorato vedono in vetta alla classifica la Lombardia, con 2,6 miliardi di euro, la regione in cui si concentra l’ammontare più alto di finanziamenti ammalorati, seguita dal Lazio con 2 miliardi, Campania 1,4 miliardi, Sicilia 1,2 miliardi, Puglia e Basilicata 1 miliardo e 65 milioni insieme.
Infine, riguardo alle iniziative delle banche per dare un po’ di respiro alle famiglie, per la Fabi occorre dire che qualsiasi decisione deve essere presa soltanto dopo un’adeguata valutazione. «L’allungamento di un piano di rimborso dei mutui a tasso variabile non è a costo zero per chi lo richiede» ha precisato Sileoni sottolineando che «il cosiddetto “spalma-mutui” non è privo di rischi. Comporta infatti un maggior ammontare di interessi da pagare alla banca oltre al fatto che ci si pregiudica la possibilità di poter beneficiare, nel medio-lungo periodo, di un’auspicabile riduzione dei tassi d’interesse».