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  • Stalking digitale, la nuova frontiera della violenza invisibile: prevenzione, consapevolezza e tutela delle vittime

    Stalking digitale, la nuova frontiera della violenza invisibile: prevenzione, consapevolezza e tutela delle vittime

    Nell’era della connessione permanente, la tecnologia ha trasformato profondamente il modo in cui le persone comunicano, lavorano e costruiscono relazioni. Gli stessi strumenti che facilitano la vita quotidiana possono però essere utilizzati in modo improprio, diventando mezzi di controllo, intimidazione e persecuzione. È in questo contesto che si inserisce il fenomeno dello stalking digitale, una forma sempre più diffusa di violenza che si manifesta attraverso l’uso di smartphone, social network, applicazioni di messaggistica, sistemi di geolocalizzazione e piattaforme online.

    Se in passato gli atti persecutori erano associati prevalentemente a pedinamenti, telefonate insistenti o presenze indesiderate nei luoghi frequentati dalla vittima, oggi il controllo può avvenire in maniera costante e silenziosa attraverso dispositivi tecnologici. L’accesso non autorizzato ai profili social, il monitoraggio degli spostamenti, l’invio compulsivo di messaggi, la creazione di account falsi, la diffusione di informazioni personali o l’utilizzo di strumenti di localizzazione rappresentano alcune delle modalità con cui lo stalking può manifestarsi nel mondo digitale.

    Secondo la dottoressa Mariastella Giorlandino, presidente della Fondazione Artemisia ETS, è fondamentale sviluppare una maggiore consapevolezza rispetto a questi comportamenti, che troppo spesso vengono sottovalutati o confusi con forme di interesse, gelosia o attenzione. In realtà, quando il controllo invade la libertà individuale e genera paura, ansia o uno stato di costante disagio, ci si trova di fronte a condotte che possono avere conseguenze significative sulla salute psicologica e sulla qualità della vita delle persone coinvolte.

    Lo stalking digitale presenta caratteristiche particolarmente insidiose. A differenza delle forme tradizionali, infatti, può raggiungere la vittima in qualsiasi momento della giornata, senza limiti geografici e con una continuità che amplifica il senso di vulnerabilità. La percezione di essere osservati, monitorati o costantemente controllati può generare stati di stress cronico, disturbi del sonno, difficoltà relazionali, perdita di concentrazione e sintomi riconducibili all’ansia o alla depressione.

    La prevenzione assume quindi un ruolo centrale. Promuovere l’educazione digitale, sensibilizzare sull’uso corretto delle tecnologie e favorire la conoscenza degli strumenti di tutela disponibili rappresentano azioni indispensabili per contrastare il fenomeno. È altrettanto importante incoraggiare le vittime a non isolarsi e a chiedere supporto fin dai primi segnali di disagio, evitando che situazioni apparentemente marginali possano evolvere in forme più gravi di persecuzione.

    In questo ambito si inserisce l’impegno della Fondazione Artemisia ETS, che opera da anni nella promozione della salute, della prevenzione e della tutela delle persone più vulnerabili. Attraverso attività di informazione, iniziative educative, percorsi di sensibilizzazione e collaborazioni con professionisti di diversi settori, la Fondazione contribuisce a diffondere una cultura del rispetto e della protezione della persona, ponendo particolare attenzione ai fenomeni di violenza, abuso e discriminazione.

    L’approccio multidisciplinare rappresenta uno degli elementi più importanti nella gestione di questi casi. Accanto agli aspetti giuridici e investigativi, infatti, assumono un ruolo determinante il supporto psicologico, l’assistenza sanitaria e l’accompagnamento delle vittime lungo il percorso di recupero della propria serenità. Intervenire tempestivamente significa non soltanto interrompere le condotte persecutorie, ma anche ridurre l’impatto che queste possono avere sul benessere complessivo della persona.

    La crescente diffusione delle tecnologie digitali rende necessario un costante aggiornamento degli strumenti di prevenzione e delle strategie di tutela. La sfida non riguarda esclusivamente le istituzioni o gli operatori specializzati, ma coinvolge l’intera società. Famiglie, scuole, professionisti, associazioni e realtà del terzo settore sono chiamati a collaborare per costruire una rete di protezione capace di riconoscere i segnali di rischio e offrire risposte efficaci.

    Comprendere che la violenza può assumere forme nuove e meno visibili è il primo passo per contrastarla. Lo stalking digitale non è un problema confinato al mondo virtuale: le sue conseguenze sono reali e possono incidere profondamente sulla vita delle persone. Per questo informazione, prevenzione e sostegno continuano a rappresentare strumenti fondamentali per promuovere sicurezza, libertà e dignità.

  • Nomenclatore tariffario, UAP: “Il TAR annulla ancora. Il Ministero agisca subito o risponderà dei danni”

    Nomenclatore tariffario, UAP: “Il TAR annulla ancora. Il Ministero agisca subito o risponderà dei danni”

    Il TAR Lazio annulla ancora il nomenclatore tariffario nazionale della specialistica ambulatoriale, edizione 2024, confermando ciò che UAP denuncia da mesi: le tariffe sono state determinate sulla base di un’istruttoria inadeguata, non rappresentativa e non idonea a rilevare i costi reali delle prestazioni.

    “Non siamo più davanti a un incidente amministrativo, ma a una reiterata illegittimità”, dichiara l’Arch. Mariastella Giorlandino, Presidente nazionale UAP. “Il Ministero della Salute non può continuare a prendere tempo. Le sentenze del TAR hanno chiarito che il procedimento va rifatto seriamente, con dati aggiornati, criteri trasparenti e una rilevazione effettiva dei costi sostenuti dalle strutture pubbliche e private accreditate”.

    UAP sottolinea che il termine di 365 giorni indicato dal TAR non può essere interpretato come un anno a disposizione dell’Amministrazione per restare ferma. Si tratta di un termine cautelare, volto a evitare un vuoto regolatorio, non di una autorizzazione all’inerzia. Il Ministero deve procedere nel più breve tempo possibile, secondo i principi di buon andamento, speditezza ed efficienza dell’azione amministrativa.

    Ogni mese perduto rischia di produrre un danno gravissimo: le risorse stanziate per il 2026 per la revisione delle tariffe potrebbero essere utilizzate solo in parte o addirittura non produrre alcun effetto concreto. Sarebbe inaccettabile che fondi destinati alla sostenibilità delle prestazioni sanitarie venissero sterilizzati dal ritardo degli uffici o assorbiti da altre esigenze di bilancio.

    “Tariffe sottostimate significano prestazioni sotto costo, strutture in difficoltà, investimenti bloccati, liste d’attesa più lunghe e minore capacità di garantire i LEA ai cittadini”, prosegue Giorlandino. “Il danno riguarda la sanità privata accreditata, ma anche la sanità pubblica, perché pubblico e privato accreditato fanno parte della stessa rete di garanzia del Servizio sanitario nazionale”.

    UAP chiede al Ministero della Salute di rendere immediatamente pubblico il cronoprogramma della revisione: stato dell’istruttoria, criteri di rilevazione dei costi, composizione del campione, confronto con il MEF, passaggio in Conferenza Stato-Regioni e data di adozione del nuovo decreto.

    “Se l’inerzia dell’Amministrazione determinerà la perdita, il mancato utilizzo o l’utilizzo solo parziale delle risorse stanziate”, conclude la Presidente UAP, “chiameremo i responsabili a risponderne in ogni sede competente, compresa la magistratura contabile. Chi gestisce procedimenti, risorse pubbliche e tempi amministrativi deve assumersi le proprie responsabilità. Il tempo delle attese è finito: il Ministero agisca subito”.

  • Dagli UFO agli UAP: finalmente anche la sanità ha i suoi fenomeni anomali!

    Dagli UFO agli UAP: finalmente anche la sanità ha i suoi fenomeni anomali!

    Negli Stati Uniti hanno cambiato nome agli UFO. Non più Unidentified Flying Objects, oggetti volanti non identificati, ma UAP: Unidentified Anomalous Phenomena, fenomeni anomali non identificati.

    La scelta serve a sottrarre il tema all’immaginario dei dischi volanti, degli omini verdi e delle visioni notturne, per ricondurlo a un ambito più serio: osservazione scientifica, analisi dei dati, sicurezza nazionale, trasparenza istituzionale.

    Anche perché l’anomalia, a quanto pare, non vola soltanto. Può comparire nei cieli, nei mari, nello spazio e persino muoversi da un ambiente all’altro. Insomma: non tutto ciò che è inspiegabile arriva da Marte. Qualche volta arriva da un ufficio pubblico.

    Da questo punto di vista, non possiamo che condividere la nuova denominazione. Anche UAP – Unione Ambulatori e Poliambulatori – è infatti da anni impegnata nello studio dei fenomeni sanitari anomali non identificati.

    Ne osserviamo moltissimi.

    Nomenclatori che appaiono, scompaiono, vengono annullati, prorogati, riscritti, differiti: veri oggetti amministrativi non identificati. Prestazioni diagnostiche che, se svolte da strutture accreditate, richiedono requisiti, controlli, responsabilità e standard di sicurezza, ma che, se atterrano altrove, sembrano improvvisamente sottratte alla forza di gravità normativa.

    E poi ci sono alcune Regioni, laboratori avanzati di fenomeni sanitari anomali: riescono a comprimere i compensi, moltiplicare gli obblighi, ignorare i costi e pretendere comunque qualità, tempi rapidi e tenuta del sistema. Un prodigio che meriterebbe l’attenzione della NASA.

    Il Ministero della Salute, dal canto suo, osserva questi fenomeni con apprezzabile prudenza. Talvolta così prudente da sembrare immobile. Ma forse è solo un nuovo protocollo scientifico: prima si guarda, poi si attende, poi si nomina una commissione, poi si scopre che i fondi sono evaporati.

    Per questo salutiamo con favore la riabilitazione della sigla UAP. Finalmente anche il mondo sanitario dispone di una formula adeguata a descrivere ciò che accade ogni giorno: fenomeni anomali, spesso non identificati, quasi mai spiegati, ma sempre scaricati sulle strutture che garantiscono concretamente le prestazioni ai cittadini.

    La differenza è che, negli Stati Uniti, gli UAP vengono studiati per capire se esista una minaccia alla sicurezza nazionale.

    In Italia, gli UAP sanitari vengono studiati per capire quanto ancora possa resistere il sistema prima di essere avvistato definitivamente nei cieli: non come disco volante, ma come servizio pubblico in fuga.

  • La paura che non lascia tregua: perché lo stalking è una ferita che va riconosciuta e fermata. La riflessione della dottoressa Mariastella Giorlandino e della Fondazione Artemisia ETS

    La paura che non lascia tregua: perché lo stalking è una ferita che va riconosciuta e fermata. La riflessione della dottoressa Mariastella Giorlandino e della Fondazione Artemisia ETS

    Lo stalking continua a rappresentare una delle forme più insidiose di violenza psicologica e relazionale, capace di compromettere profondamente la serenità, la libertà personale e la sicurezza delle vittime. Un fenomeno che, nonostante il riconoscimento giuridico e i progressi compiuti negli ultimi anni, richiede ancora un forte impegno sul piano della prevenzione, dell’informazione e del sostegno alle persone coinvolte.

    Su questo tema interviene la dottoressa Mariastella Giorlandino, presidente della Fondazione Artemisia ETS, che richiama l’attenzione sulla necessità di riconoscere tempestivamente i segnali degli atti persecutori e di accompagnare le vittime lungo un percorso di tutela e protezione.

    «Lo stalking non è semplicemente un insieme di comportamenti indesiderati, ma una vera e propria aggressione alla libertà individuale», sottolinea Giorlandino. «La reiterazione di telefonate, messaggi, pedinamenti, controlli ossessivi o tentativi continui di contatto può generare nella vittima uno stato di ansia costante, paura e vulnerabilità che incide profondamente sulla qualità della vita».

    La normativa italiana, attraverso l’articolo 612-bis del Codice Penale, definisce come atti persecutori quelle condotte reiterate che provocano nella persona offesa un perdurante e grave stato di ansia o di paura, un fondato timore per la propria incolumità o quella dei propri familiari, oppure la costringono a modificare le proprie abitudini di vita. Un riconoscimento legislativo fondamentale che ha consentito di affrontare in maniera più efficace comportamenti che in passato venivano ricondotti a fattispecie meno gravi, spesso incapaci di garantire una tutela adeguata.

    Secondo la Fondazione Artemisia ETS, uno degli aspetti più complessi del fenomeno riguarda proprio la sua natura mutevole. Non esiste infatti un elenco rigido di comportamenti che possano essere automaticamente classificati come stalking: anche gesti apparentemente innocui possono assumere carattere persecutorio quando vengono ripetuti nel tempo contro la volontà della persona destinataria e producono effetti di disagio, intimidazione o paura.

    Per questo motivo la prevenzione passa innanzitutto attraverso la consapevolezza. «È fondamentale che le vittime non sottovalutino i primi segnali e non restino sole», evidenzia la presidente della Fondazione. «Chiedere aiuto, rivolgersi alle Forze dell’Ordine, ai professionisti e alle strutture specializzate può fare la differenza nella gestione del rischio e nella protezione della persona».

    Un elemento centrale è inoltre la raccolta delle prove. Conservare messaggi, e-mail, lettere, registrazioni di telefonate, annotare date, orari, luoghi degli episodi e documentare eventuali tentativi di avvicinamento rappresenta un supporto importante sia per l’attività investigativa sia per la valutazione del livello di rischio. Informazioni che consentono agli operatori di ricostruire il quadro complessivo della situazione e individuare le misure più adeguate per garantire la sicurezza della vittima.

    La Fondazione Artemisia ETS ribadisce infine l’importanza di un approccio multidisciplinare che coinvolga professionisti della salute, esperti legali, psicologi e istituzioni. La lotta allo stalking non può infatti limitarsi all’intervento repressivo, ma deve comprendere percorsi di assistenza, ascolto e accompagnamento capaci di restituire serenità e autonomia alle persone colpite.

    «Contrastare gli atti persecutori significa difendere il diritto di ogni individuo a vivere libero dalla paura», conclude Mariastella Giorlandino. «Solo attraverso informazione, prevenzione e sostegno concreto possiamo costruire una cultura del rispetto e della tutela della persona».

    Nessuna vittima deve affrontare da sola il peso dello stalking e della violenza. La Fondazione Artemisia, attraverso il proprio team multidisciplinare composto da professionisti dell’area legale, psicologica e socio-sanitaria, offre ascolto, orientamento e supporto alle persone più fragili. È possibile chiedere aiuto contattando il Numero Verde 800 967 510, attivo 24 ore su 24, 7 giorni su 7, oppure consultando il sito della Fondazione Artemisia per ricevere informazioni e assistenza.»

  • DISAGIO ADOLESCENZIALE E RISCHI DEL WEB, ESPERTI A CONFRONTO: «SERVE UNA RETE EDUCATIVA PER PROTEGGERE I GIOVANI»

    DISAGIO ADOLESCENZIALE E RISCHI DEL WEB, ESPERTI A CONFRONTO: «SERVE UNA RETE EDUCATIVA PER PROTEGGERE I GIOVANI»

    Le fragilità adolescenziali trovano oggi nel mondo digitale un potente amplificatore. Solitudine, disagio emotivo, vulnerabilità identitarie e bisogno di appartenenza possono essere influenzati da algoritmi, comunità online e modelli comportamentali che incidono profondamente sulla crescita dei giovani. Da questa consapevolezza è nato il convegno promosso da Artemisia Academy, sezione per la formazione e l’educazione della Fondazione Artemisia ETS, in collaborazione con l’Università degli Studi Link di Roma.


    L’iniziativa ha riunito specialisti provenienti da ambiti diversi per analizzare le nuove forme del disagio adolescenziale e individuare strumenti concreti di prevenzione, intercettazione precoce e supporto alle famiglie, alle scuole e agli operatori del settore.


    Ad aprire i lavori è stata la dottoressa Mariastella Giorlandino, presidente della Fondazione Artemisia ETS, che ha richiamato l’attenzione sulla necessità di affrontare il fenomeno attraverso un approccio multidisciplinare capace di mettere in dialogo medicina, psicologia, educazione, tecnologia e diritto. Un impegno che la Fondazione Artemisia porta avanti da anni attraverso attività di prevenzione, sensibilizzazione e promozione della salute, con particolare attenzione alle problematiche che coinvolgono le nuove generazioni.


    Al centro dell’iniziativa anche il lavoro di Artemisia Academy, illustrato dal direttore Elena Pollari. L’Academy rappresenta il braccio formativo della Fondazione e sviluppa percorsi dedicati alla crescita culturale, all’educazione e alla formazione permanente, con l’obiettivo di fornire strumenti utili a famiglie, docenti e professionisti chiamati a confrontarsi quotidianamente con il disagio giovanile e con le trasformazioni della società digitale.


    Tra gli interventi più seguiti quello del professor Paolo Poletti, docente di Cybersecurity e di Diritto e pratica della cybersicurezza all’Università Link di Roma, che ha analizzato il rapporto tra ecosistemi digitali, algoritmi, radicalizzazione online e sicurezza. Nel corso del suo intervento ha evidenziato come i meccanismi che regolano le piattaforme possano favorire processi di emulazione e isolamento, rendendo necessario sviluppare nuove strategie di prevenzione e maggiore consapevolezza nell’utilizzo delle tecnologie digitali.


    Poletti ha inoltre approfondito il tema della responsabilità del design delle piattaforme, soffermandosi sulle più recenti evoluzioni della giurisprudenza internazionale che stanno ridefinendo il ruolo e le responsabilità degli operatori digitali nella tutela dei minori. Un tema sempre più centrale alla luce delle evidenze scientifiche che mostrano come il benessere degli adolescenti sia influenzato non solo dai contenuti visualizzati online, ma anche dalle logiche che governano gli ambienti digitali.


    Il confronto è stato arricchito dagli interventi della professoressa Carla Bruschelli, che ha illustrato gli aspetti neurobiologici e clinici del disagio adolescenziale, del professor Aldo Morrone, che ha proposto una lettura antropologica e interculturale delle vulnerabilità giovanili, del professor Marco Filoni, che ha affrontato le implicazioni etiche dell’intelligenza artificiale, e delle professoresse Natalia Barbato e Maria Giovanna Pisani, che hanno evidenziato il ruolo determinante della scuola e della comunità educante nella prevenzione delle fragilità e delle dipendenze comportamentali.


    L’incontro ha confermato la necessità di costruire una rete sempre più forte tra istituzioni, professionisti, famiglie e mondo della scuola per affrontare le sfide poste dalla trasformazione digitale e garantire ai giovani strumenti adeguati per vivere in modo consapevole e sicuro il rapporto con la tecnologia.
    Fondazione Artemisia ETS e Artemisia Academy hanno ribadito la volontà di proseguire il proprio impegno nella promozione di iniziative di formazione, informazione e prevenzione dedicate alla salute e al benessere delle nuove generazioni.

  • UAP, Nomenclatore tariffario: il tempo è scaduto. Basta con gli “spot pubblicitari” sulla sanità. Ora il Ministero chiarisca chi sta bloccando la revisione

    UAP, Nomenclatore tariffario: il tempo è scaduto. Basta con gli “spot pubblicitari” sulla sanità. Ora il Ministero chiarisca chi sta bloccando la revisione

    La vicenda del nomenclatore tariffario non può più essere trattata come una questione tecnica, confinata negli uffici ministeriali e sottratta al controllo pubblico.

    Dopo le pronunce del TAR Lazio, che hanno giudicato illegittimo il decreto tariffario per gravi carenze istruttorie, la questione è diventata molto più seria: non si tratta soltanto di correggere alcune tariffe, ma di ricostruire un procedimento amministrativo che non ha saputo fondarsi su una rilevazione reale, aggiornata e rappresentativa dei costi effettivi delle prestazioni.

    Ora la nuova campagna di rilevamento dei costi si è conclusa. Non ci sono più alibi. Occorre sapere chi sta lavorando, con le proprie assunzioni di responsabilità, con quali tempi e secondo quale cronoprogramma.

    UAP, con la sua Presidente Mariastella Giorlandino, esprime una preoccupazione crescente per i ritardi che si stanno accumulando. Ritardi che non sono neutri. Ogni mese perso riduce la possibilità di utilizzare effettivamente le risorse stanziate per l’anno in corso e obbliga nelle regioni in piano di rientro a chiudere i centri e licenziare personale. Ed è questo il punto politico, amministrativo e giuridico centrale.

    Le risorse previste per la revisione tariffaria non sono una posta generica del bilancio sanitario. Sono fondi destinati a una finalità specifica: rendere sostenibile l’erogazione delle prestazioni comprese nei livelli essenziali di assistenza. Se quelle risorse non vengono utilizzate per adeguare le tariffe, o vengono utilizzate solo in parte per effetto del ritardo amministrativo o utilizzate per altro, si produce un risultato inaccettabile: il Parlamento stanzia fondi per garantire prestazioni ai cittadini, ma la macchina ministeriale, non adottando tempestivamente gli atti necessari, ne impedisce l’effettivo impiego.

    Né sarebbe ammissibile immaginare che somme destinate per legge alla revisione tariffaria possano essere assorbite da altre esigenze di bilancio sanitario, cosa che purtroppo è già successa. La loro destinazione è specifica. Modificarla, direttamente o indirettamente, richiederebbe una scelta normativa espressa e non potrebbe essere il risultato opaco dell’inerzia amministrativa.

    Invocare i 365 giorni concessi dal TAR come se fossero un margine ordinario di attesa sarebbe una grave distorsione del senso della decisione. Quel termine non è una licenza di inerzia, né un anno sabbatico dell’Amministrazione. Serve a evitare un vuoto regolatorio e a garantire la continuità del sistema, non a sospendere il dovere di provvedere. L’Amministrazione resta vincolata al principio di celerità dell’azione amministrativa e deve chiudere il procedimento nel tempo più breve possibile, tanto più dopo la conclusione della rilevazione dei costi. Ogni ulteriore ritardo non sarebbe prudenza amministrativa, ma inerzia.

    Alla luce di questa gravissima inerzia, l’UAP intende promuovere un’azione di responsabilità nei confronti dei dirigenti eventualmente inerti, che hanno favorito l’acquisizione delle imprese italiane da parte delle multinazionali, con conseguente licenziamento di circa 3.000 lavoratori.

    Ricordiamo che l’adeguamento del nomenclatore serve non soltanto alla sanità privata accreditata, ma anche alla sanità pubblica. 

    Senza tariffe adeguate, i LEA restano diritti proclamati ma non pienamente esigibili. Si continua a dire ai cittadini che determinate prestazioni sono garantite, ma si rende economicamente sempre più difficile erogarle in modo diffuso, tempestivo e sostenibile. È questa la contraddizione che UAP denuncia da tempo: non si può proclamare il diritto alla salute e poi costruire tariffe che non coprono i costi reali delle prestazioni.

    La domanda, a questo punto, è semplice: l’Area Programmazione del Ministero della Salute è in grado di garantire che le risorse stanziate per la revisione del nomenclatore saranno effettivamente utilizzate per la finalità prevista dalla legge? È in grado di indicare date, atti, responsabilità e tempi di conclusione del procedimento? È in grado di assicurare che quei fondi non saranno assorbiti da altre esigenze di bilancio sanitario? È in grado di dire chi risponde se ciò non avverrà?

    Non servono rassicurazioni generiche. Servono atti, numeri, scadenze e responsabilità.

  • Stalking, quando la paura entra nella vita e trasforma la libertà in una prigione invisibile

    Stalking, quando la paura entra nella vita e trasforma la libertà in una prigione invisibile

    Ci sono ferite che non sanguinano e che, proprio per questo, rischiano di passare inosservate. Non lasciano segni evidenti sulla pelle, ma scavano lentamente nella mente, nelle emozioni e nella vita quotidiana di chi le subisce. Lo stalking appartiene a questa categoria di violenze silenziose. È una forma di persecuzione che si insinua gradualmente nell’esistenza della vittima, alterandone le abitudini, compromettendone la serenità e trasformando gesti ordinari in occasioni di ansia e paura.

    Per molto tempo il fenomeno è stato sottovalutato o interpretato come una semplice manifestazione di gelosia, un amore non corrisposto o un corteggiamento eccessivamente insistente. Oggi sappiamo che non è così. Lo stalking rappresenta una delle forme più pervasive di violenza psicologica e relazionale, capace di produrre conseguenze profonde e durature.

    «Ancora oggi molte persone faticano a riconoscere la gravità dello stalking perché non sempre si manifesta attraverso aggressioni fisiche. In realtà si tratta di una violenza che agisce sulla libertà, sull’autonomia e sul senso di sicurezza della vittima, minandone progressivamente l’equilibrio psicologico», osserva la dottoressa Mariastella Giorlandino.

    Lo stalker è colui che mette in atto una serie di comportamenti ripetuti e indesiderati finalizzati a controllare, intimidire o mantenere un legame con la vittima contro la sua volontà. Telefonate incessanti, messaggi continui, appostamenti sotto casa o sul luogo di lavoro, pedinamenti, intrusioni nei social network, minacce dirette o indirette, danneggiamenti di beni personali e campagne diffamatorie costituiscono soltanto alcune delle modalità attraverso cui si esprime la persecuzione.

    Ciò che accomuna questi comportamenti è la loro persistenza. Non si tratta di episodi isolati ma di azioni reiterate nel tempo che finiscono per creare una condizione di allarme costante. La vittima vive nell’incertezza di ciò che potrebbe accadere il giorno successivo, sviluppando un senso di vulnerabilità che invade progressivamente ogni aspetto della sua esistenza.

    La paura diventa allora una presenza costante. Si controlla continuamente il telefono, si osservano con sospetto le auto parcheggiate sotto casa, si modificano percorsi abituali, si evitano luoghi frequentati in passato. Attività che per la maggior parte delle persone rappresentano gesti ordinari assumono improvvisamente il peso di una potenziale minaccia.

    «La caratteristica più drammatica dello stalking è che la vittima perde progressivamente la percezione di essere libera. Ogni scelta viene condizionata dal timore di incontrare il persecutore o di subire una nuova invasione della propria privacy», sottolinea Giorlandino.

    Molto spesso il fenomeno nasce all’interno di relazioni sentimentali concluse. Numerose ricerche hanno evidenziato come una quota significativa degli stalker sia rappresentata da ex partner incapaci di accettare la fine della relazione. In questi casi il rifiuto viene vissuto come un’umiliazione insopportabile e può trasformarsi in un bisogno ossessivo di riconquistare, controllare o punire l’altra persona.

    Esistono però anche altre forme di stalking. Alcuni persecutori sono mossi da un desiderio patologico di instaurare una relazione affettiva con la vittima; altri agiscono per vendetta, convinti di aver subito un torto; altri ancora manifestano difficoltà profonde nella gestione delle relazioni interpersonali e interpretano erroneamente segnali di cordialità come prove di interesse sentimentale.

    La letteratura scientifica ha evidenziato come in molti casi siano presenti problematiche emotive, relazionali o disturbi della personalità che contribuiscono ad alimentare i comportamenti persecutori. Tuttavia sarebbe un errore pensare che ogni stalker sia necessariamente affetto da una grave patologia psichiatrica. Il fenomeno è complesso e coinvolge dinamiche psicologiche differenti che richiedono valutazioni approfondite caso per caso.

    Se la figura dello stalker appare articolata, ancora più complessa è la condizione della vittima. Chi subisce persecuzioni vive infatti una profonda alterazione della propria quotidianità. Le emozioni predominanti sono paura, rabbia, impotenza, vergogna e senso di colpa. Non di rado emerge la convinzione di essere responsabili, almeno in parte, di quanto sta accadendo. Questo vissuto può favorire il silenzio e ritardare la richiesta di aiuto.

    In questo percorso di emersione del fenomeno svolgono un ruolo fondamentale le realtà che operano quotidianamente a contatto con le vittime. Tra queste, la Fondazione Artemisia ETS rappresenta da anni un punto di riferimento nell’ambito della tutela delle persone esposte a violenza, abusi e situazioni di particolare fragilità, offrendo percorsi di ascolto, supporto psicologico e orientamento ai servizi di protezione.

    «Molte vittime si vergognano di raccontare ciò che stanno vivendo. Temono di non essere credute o di essere giudicate. In realtà il primo passo per interrompere il ciclo della persecuzione è proprio rompere l’isolamento e chiedere sostegno», evidenzia la dottoressa Giorlandino.

    L’esperienza maturata dalla Fondazione Artemisia ETS evidenzia come il sostegno tempestivo e multidisciplinare possa incidere in modo significativo sul percorso di recupero della vittima. Psicologi, professionisti sanitari e operatori specializzati contribuiscono infatti a interrompere quel senso di isolamento che spesso accompagna le persone perseguitate.

    Le conseguenze psicologiche possono essere estremamente gravi. Studi internazionali hanno dimostrato che le vittime di stalking sviluppano frequentemente sintomi d’ansia, depressione, insonnia, irritabilità e difficoltà di concentrazione. In molti casi compaiono ricordi intrusivi, ipervigilanza e stati di allerta permanenti che ricordano quelli osservati nei soggetti esposti ad eventi traumatici.

    Le ricerche condotte negli ultimi decenni hanno documentato come una percentuale significativa di vittime arrivi a modificare radicalmente il proprio stile di vita. Alcune interrompono attività sociali consolidate, altre cambiano lavoro, abitazione o città. Non si tratta di semplici adattamenti ma di vere e proprie strategie di sopravvivenza adottate nel tentativo di sfuggire alla persecuzione.

    Particolarmente preoccupante è il legame tra stalking e disturbo post-traumatico da stress. Molte persone continuano infatti a sperimentare conseguenze psicologiche anche molto tempo dopo la cessazione delle molestie. La costante esposizione alla paura produce una trasformazione del modo in cui la vittima percepisce il mondo, gli altri e se stessa.

    Nei casi più complessi possono comparire sintomi fisici privi di una causa organica evidente, come cefalee, disturbi gastrointestinali, stanchezza cronica, tensioni muscolari e alterazioni dell’appetito. Corpo e mente reagiscono infatti come un sistema integrato all’esposizione prolungata a una condizione di stress.

    Le donne rappresentano una delle categorie maggiormente colpite dal fenomeno. I dati raccolti negli ultimi anni mostrano come una parte significativa degli episodi di stalking sia riconducibile a dinamiche di violenza di genere. Molte persecuzioni iniziano dopo la fine di una relazione e si inseriscono in un contesto caratterizzato da possessività, controllo e incapacità di accettare l’autodeterminazione della donna.

    L’avvento delle tecnologie digitali ha ulteriormente modificato il fenomeno. Social network, applicazioni di messaggistica e strumenti di geolocalizzazione hanno ampliato enormemente le possibilità di controllo da parte dei persecutori. Oggi il contatto indesiderato può avvenire ventiquattro ore su ventiquattro, superando ogni barriera fisica e rendendo più difficile per la vittima trovare spazi di tranquillità.

    «La tecnologia offre opportunità straordinarie ma può trasformarsi anche in uno strumento di controllo e intimidazione. Per questo è fondamentale sviluppare una cultura della consapevolezza digitale e della tutela della privacy», afferma Giorlandino.

    Di fronte a una situazione di stalking è essenziale intervenire tempestivamente. Accanto agli strumenti di tutela previsti dalla legge, risulta fondamentale poter contare su centri specializzati e strutture competenti. In questo ambito la Fondazione Artemisia ETS opera da anni nella prevenzione, nell’ascolto e nell’accompagnamento delle vittime di violenza e di reati che producono importanti conseguenze psicologiche e sociali. Conservare prove delle molestie, rivolgersi alle forze dell’ordine, informare persone di fiducia e richiedere un supporto specialistico rappresentano passaggi fondamentali per tutelare la propria sicurezza.

    Accanto alla protezione legale, il sostegno psicologico svolge un ruolo decisivo. L’obiettivo non è soltanto alleviare i sintomi ma aiutare la vittima a recuperare il senso di controllo sulla propria vita. Attraverso un percorso terapeutico adeguato è possibile elaborare il trauma, ridurre l’ansia e ricostruire gradualmente la fiducia nelle proprie risorse.

    «Curare una vittima di stalking significa aiutarla a riappropriarsi della propria libertà. Significa restituirle il diritto di uscire di casa senza paura, di usare il telefono senza angoscia, di vivere relazioni senza sentirsi costantemente minacciata», conclude la dottoressa Mariastella Giorlandino.

    Lo stalking non è un problema privato che riguarda esclusivamente chi lo subisce. È una questione sociale che interroga tutti noi sul valore della libertà personale, del rispetto e della dignità umana. Combatterlo significa non soltanto perseguire chi commette il reato, ma anche costruire una cultura capace di riconoscere i segnali di pericolo, sostenere le vittime e contrastare ogni forma di controllo e sopraffazione.

    La sensibilizzazione, l’educazione al rispetto delle relazioni e il rafforzamento delle reti di sostegno rappresentano strumenti indispensabili per contrastare il fenomeno. L’impegno di istituzioni, professionisti e realtà del terzo settore, come la Fondazione Artemisia ETS, contribuisce a costruire percorsi di protezione e recupero per chi vive l’esperienza della persecuzione e della paura.

    Perché nessuno dovrebbe essere costretto a vivere nella paura. E perché la libertà di una persona non può mai diventare il terreno su cui qualcun altro esercita il proprio potere.

  • Violenza psicologica e solitudine delle vittime. Giorlandino: «Più attenzione ai segnali che precedono le tragedie»

    Violenza psicologica e solitudine delle vittime. Giorlandino: «Più attenzione ai segnali che precedono le tragedie»

    «La violenza sulle donne non è fatta soltanto di lividi, aggressioni o episodi eclatanti. Esiste una dimensione più silenziosa, quella psicologica, che spesso consuma la serenità delle vittime per anni e che merita di essere ascoltata e approfondita con la massima attenzione». È la riflessione della dottoressa Mariastella Giorlandino, che torna a richiamare l’attenzione sul tema della tutela delle donne e della prevenzione. Secondo Giorlandino, il dibattito pubblico tende ancora troppo spesso a concentrarsi sugli episodi più gravi, quando ormai il danno si è già prodotto. «Le cronache ci raccontano quasi ogni giorno casi di donne che hanno chiesto aiuto, manifestato paure, denunciato situazioni di disagio o di forte pressione emotiva. Eppure, in molti casi, i segnali vengono compresi soltanto dopo. È necessario sviluppare una maggiore capacità di ascolto e di valutazione di ciò che accade prima che una situazione degeneri».

    La presidente della Fondazione Artemisia Ets evidenzia come le forme di abuso più difficili da individuare siano spesso quelle che si sviluppano in contesti apparentemente normali. «I dati dimostrano che molte violenze avvengono all’interno delle mura domestiche, negli ambienti familiari o nelle relazioni affettive. Proprio per questo è fondamentale non sottovalutare i comportamenti che generano ansia, paura, isolamento o una costante condizione di stress psicologico». Per Giorlandino il tema riguarda anche il rapporto tra cittadini e istituzioni. «Ogni persona che denuncia una situazione di sofferenza deve avere la percezione di essere ascoltata. Non si tratta di mettere in discussione le decisioni degli organi competenti, ma di ricordare che dietro ogni segnalazione esiste una persona che chiede attenzione e tutela. L’indifferenza rappresenta uno dei nemici più pericolosi nella lotta contro ogni forma di violenza». Da qui l’appello a rafforzare la cultura della prevenzione. «Le donne devono sentirsi libere di parlare e di chiedere aiuto senza il timore di essere giudicate o ignorate. La prevenzione passa dall’ascolto, dalla sensibilizzazione e dalla capacità di cogliere quei segnali che troppo spesso vengono considerati secondari. È una responsabilità che appartiene a tutti: istituzioni, operatori, famiglie e società civile».

    La conclusione è un invito a non abbassare la guardia. «La vera sfida è intervenire prima che sia troppo tardi. Ogni storia merita attenzione, perché dietro una richiesta di aiuto può nascondersi una sofferenza profonda che non sempre riesce a emergere con immediatezza. La tutela delle donne passa anche dalla capacità di non restare indifferenti».

  • Mariastella Giorlandino lancia l’allarme: “Troppo spesso i segnali della violenza vengono sottovalutati”

    Mariastella Giorlandino lancia l’allarme: “Troppo spesso i segnali della violenza vengono sottovalutati”

    Dietro una denuncia per stalking o per violenza psicologica spesso non c’è soltanto un fascicolo da esaminare. C’è una donna che ha vissuto mesi, a volte anni, di paura, isolamento, minacce e umiliazioni. C’è una persona che ha trovato il coraggio di rompere il silenzio e di chiedere aiuto.

    Eppure, troppo spesso, la reale gravità di certe situazioni emerge soltanto quando la spirale della violenza degenera in episodi drammatici e irreparabili.

    Senza alcuna generalizzazione e nel pieno rispetto del lavoro della magistratura e delle forze dell’ordine, resta forte la percezione che alcune denunce per atti persecutori, minacce o comportamenti ossessivi possano talvolta essere considerate insufficientemente rilevanti nelle fasi iniziali delle indagini. Una percezione che alimenta timori e sfiducia nelle vittime.

    «Ogni donna che decide di denunciare compie un atto di straordinario coraggio», afferma la Dott.ssa Mariastella Giorlandino, presidente della Fondazione Artemisia. «Dietro quella denuncia spesso ci sono notti insonni, ansia, paura per sé e per i propri figli. Per questo nessun segnale dovrebbe mai essere considerato banale o irrilevante».

    I volontari della Fondazione Artemisia, impegnati quotidianamente nell’assistenza alle vittime di violenza e stalking, conoscono bene questa realtà. Uno degli ostacoli più difficili da superare è proprio convincere le donne a denunciare.

    Molte raccontano di avere paura non soltanto del proprio persecutore, ma anche di non essere credute o di vedere la propria denuncia archiviata senza adeguati approfondimenti.

    «La frase che ascoltiamo più spesso è: “Tanto non servirà a nulla”», sottolinea Giorlandino. «È una frase che fa male, perché rivela una ferita profonda nel rapporto di fiducia tra le vittime e le istituzioni. Dobbiamo fare tutto il possibile affinché nessuna donna si senta sola nel momento in cui chiede protezione».

    Il problema non riguarda soltanto i singoli episodi, ma la capacità di riconoscere tempestivamente quei segnali che spesso precedono forme più gravi di violenza. Telefonate insistenti, pedinamenti, minacce velate, controllo ossessivo, persecuzioni sui social network: comportamenti che possono apparire isolati ma che, inseriti in un quadro più ampio, assumono un significato ben diverso.

    «La violenza raramente esplode all’improvviso», osserva la presidente della Fondazione Artemisia. «Nella maggior parte dei casi lascia tracce, segnali, richieste di aiuto che devono essere ascoltate e comprese. La prevenzione nasce proprio dalla capacità di cogliere questi campanelli d’allarme prima che sia troppo tardi».

    Naturalmente il principio di garanzia deve valere per tutti e ogni denuncia necessita di verifiche rigorose e approfondite. Tuttavia, proprio la particolare natura dei reati di stalking e violenza di genere richiede un approccio estremamente prudente e attento, capace di valutare non solo il singolo episodio ma l’intero contesto relazionale e psicologico.

    «Quando una donna trova la forza di parlare, lo Stato deve essere percepito come una presenza concreta e affidabile», conclude Giorlandino. «Ogni possibile sottovalutazione può avere conseguenze gravissime. Su questi temi non può esserci spazio per la superficialità, perché la differenza tra ascoltare e non ascoltare può significare salvare una vita».

    La lotta alla violenza sulle donne passa anche da qui: dalla capacità di intervenire prima che l’ennesima storia finisca sulle pagine di cronaca. Perché dietro ogni denuncia c’è una persona che chiede protezione, e il tempo, in questi casi, può fare la differenza tra la sicurezza e la tragedia

  • Dalla salute alla sicurezza, l’impegno di Mariastella Giorlandino per le donne

    Dalla salute alla sicurezza, l’impegno di Mariastella Giorlandino per le donne

    A Roma, la tutela delle donne passa sempre più attraverso una rete di assistenza che unisce prevenzione sanitaria, supporto psicologico, informazione e percorsi concreti di protezione. È su questa linea che da anni si muove la Fondazione Artemisia ETS, guidata dalla dottoressa Mariastella Giorlandino, impegnata nel contrasto alla violenza di genere e nella promozione della salute femminile attraverso iniziative gratuite, campagne di sensibilizzazione e programmi di sostegno rivolti alle persone più fragili. L’attività della Fondazione si sviluppa su più livelli, dall’assistenza alle vittime di violenza fino ai progetti di prevenzione oncologica e di alfabetizzazione sanitaria, con l’obiettivo di costruire un sistema capace non soltanto di intervenire nelle emergenze, ma anche di prevenire situazioni di disagio e vulnerabilità. Una visione che negli anni ha portato alla realizzazione di numerose iniziative dedicate alle donne, con particolare attenzione alle fasce sociali più esposte.

    «La tutela delle donne non può limitarsi all’intervento quando il danno è già stato compiuto. È necessario costruire una rete che sappia ascoltare, accompagnare e sostenere ogni donna in ogni fase della sua vita», sottolinea la dottoressa Mariastella Giorlandino. «La prevenzione, l’informazione e l’accesso alle cure rappresentano strumenti fondamentali di libertà e protezione». L’impegno della presidente si traduce anche in una costante attività di sensibilizzazione sul fenomeno della violenza di genere, considerata non soltanto una questione sociale ma una vera emergenza che coinvolge aspetti sanitari, psicologici ed economici. In questa direzione si inseriscono incontri formativi, momenti di confronto con istituzioni ed esperti e iniziative finalizzate a rafforzare la cultura del rispetto e dell’educazione affettiva. Accanto alla Fondazione, un ruolo importante è svolto anche da Artemisia Lab, la rete di centri clinici e diagnostici che da anni investe nella salute femminile attraverso programmi di screening, diagnosi precoce e percorsi specialistici dedicati. Proprio grazie al sostegno di Artemisia Lab, che finanzia numerose attività della Fondazione, è stato possibile ampliare negli anni l’offerta di servizi gratuiti e di assistenza rivolti alle donne.

    «La salute è il primo presidio di difesa della persona», evidenzia Giorlandino. «Garantire alle donne la possibilità di accedere alla prevenzione e alla diagnosi precoce significa proteggerle, offrendo loro strumenti concreti per affrontare il futuro con maggiore serenità e consapevolezza». Tra le iniziative più significative rientrano anche i protocolli e le collaborazioni istituzionali dedicati alle vittime di violenza. Negli ultimi anni la Fondazione Artemisia ETS ha rafforzato il proprio impegno attraverso accordi finalizzati a garantire supporto immediato, assistenza specialistica e percorsi di recupero per le donne che hanno subito maltrattamenti, contribuendo alla diffusione degli strumenti di tutela e delle misure di protezione previste dall’ordinamento. Un lavoro che, secondo la presidente, deve continuare a coinvolgere istituzioni, mondo sanitario e società civile. «Nessuna donna deve sentirsi sola. La nostra missione è creare una rete capace di accogliere, proteggere e accompagnare. Ogni percorso di prevenzione, ogni visita, ogni attività di supporto rappresenta un passo avanti verso una società più sicura e più giusta». È una visione che unisce l’azione sociale della Fondazione Artemisia ETS e l’esperienza sanitaria di Artemisia Lab, due realtà che operano in stretta sinergia per promuovere una cultura della prevenzione e della protezione, mettendo al centro la salute, la dignità e la sicurezza delle donne.